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L’editoriale

Vallese, il diritto all'errore è revocato

Con i fari puntati addosso per la tragedia di Crans-Montana e sottoposta a notevoli pressioni interne e internazionali la Procura cantonale non può più permettersi altri passi falsi
Giovanni Galli
20.01.2026 06:00

«La Procura vallesana ha commesso errori incredibili». «Sopraffatti e poco professionali: perché il caso di Crans-Montana deve essere riaperto». «Parmelin deve intervenire, altrimenti lo faranno gli italiani». Sono solo alcuni dei titoli apparsi negli ultimi giorni sulla stampa svizzero-tedesca, che dopo quasi tre settimane dalla tragedia del Constellation  continua a puntare l’indice sull’operato della Procura cantonale. Gli inquirenti sono finiti sin dall’inizio nel mirino di vari legali delle vittime, e anche di ex-magistrati, per omissioni, carenze e disfunzioni nell’inchiesta. La lista è lunga:  mancata incarcerazione preventiva dei proprietari del locale, con annesso rischio di fuga (poi riconsiderato dopo otto giorni con l’arresto di Jacques Moretti) e di collusione; perquisizioni inesistenti o tardive; requisizione dei cellulari dei due accusati solo dopo una settimana; l’aver raccomandato alle vittime avvocati che fanno parte dell’organo di vigilanza della Procura; tentativo di escludere i legali delle vittime dagli interrogatori; mancata esecuzione delle autopsie sulla maggior parte delle vittime; la partecipazione alle prime conferenze stampa accanto alle autorità locali, che potrebbero essere a loro volta oggetto di indagine.

Queste critiche reiterate sono andate di pari passo con la richiesta di affidare le indagini a un Procuratore straordinario, poi formalizzata la settimana scorsa da una rappresentante legale delle vittime. Il tutto in un contesto ambientale già di per sé problematico, sia per la sottodotazione del Ministero pubblico (già denunciata negli scorsi mesi dalla procuratrice generale) sia per le fortissime pressioni esterne sugli inquirenti e sulla stessa Confederazione, affinché venga fatta piena luce sulle cause e le responsabilità del dramma. L’Italia intende chiedere di essere ammessa come parte civile, mentre la Procura di Roma ha aperto a sua volta un fascicolo e vorrebbe avere accesso agli atti. C’è anche una parte della Svizzera  secondo cui quella di Crans-Montana è una tragedia troppo grande per essere affidata alla sola Procura vallesana e che auspica un deciso cambio di passo per ripristinare la fiducia e avere la garanzia di un’indagine realmente imparziale; capace, se del caso, di chiamare in causa anche i più alti livelli politici locali. I passi falsi compiuti nella fase iniziale dagli inquirenti, combinati con la pessima uscita pubblica delle autorità comunali, non sono stati d’aiuto, specialmente nel contrastare una certa pubblicistica che guarda al Vallese come un pianeta a sé stante, contraddistinto da intrecci clientelari. In questo contesto, è inevitabile chiedersi se la Procura sarà all’altezza del compito; a maggior ragione, data la dimensione internazionale della tragedia, considerando che di mezzo non c’è solo la reputazione di un cantone ma quella di un intero Paese. Per il cui buon nome, va detto per inciso, sarà altrettanto importante la capacità di dare una risposta adeguata e degna anche in termini di risarcimenti e di aiuto alle vittime. Accanto alle indagini in senso stretto, la Procura è quindi chiamata a rispondere a quesiti con notevoli implicazioni. Deve dire sì o no alle richieste provenienti dalla Penisola e decidere se fare capo o meno a un magistrato esterno.

Secondo la Legge cantonale sull’organizzazione della giustizia, infatti, in caso di impedimento o di «un altro motivo importante», il Ministero pubblico ha la facoltà di nominare un procuratore straordinario. Di questa facoltà si potrebbe avvalere il Gran Consiglio solo nel caso in cui tutti i procuratori fossero impossibilitati a svolgere le loro funzioni o ricusati. È escluso, invece, un intervento del Ministero pubblico della Confederazione, visto che i reati in discussione esulano dalla sua sfera di competenze. Consegnare le chiavi dell’inchiesta a un esterno è giuridicamente possibile ma tutt’altro che semplice: sia perché, come ha rilevato l’altro giorno il quotidiano Le Temps,  suonerebbe come un’ammissione di debolezza da parte dei magistrati vallesani sia perché non sarebbe facile da realizzare. Di persone valide e di provata capacità, in Romandia, ce ne sono eccome, ma non è scontato trovare qualcuno disposto ad assumersi, e a portare a lungo, questo fardello. C’è anche chi dubita che ci sia davvero bisogno di una sorta di uomo (o donna) della Provvidenza e chi teme, fra le stesse parti lese, che un cambiamento alla guida delle indagini finisca solo per rallentarle. Sta di fatto che la Procura vallesana si trova di fronte a scelte ostiche, destinate in un modo o nell’altro ad avere conseguenze, con le quali bisognerà convivere.  Con i fari puntati addosso e sottoposta a notevoli pressioni – dopo il colloquio della PG con l’ambasciatore italiano si sono aggiunte anche quelle dei legali degli indagati – non può più permettersi altri passi falsi. Per mettere a tacere i critici,  ma soprattutto per rendere giustizia alle vittime, sta a lei dimostrare di essere in grado di compiere un’indagine rigorosa e imparziale. Il diritto all’errore è revocato.

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