X, tutti (o quasi) i segreti dell’algoritmo

Social media e algoritmi. Un binomio da sempre al centro dell’attenzione ma che è balzato negli ultimi giorni alla ribalta della cronaca internazionale. Sì, perché negli Stati Uniti è in corso un maxi processo intentato contro la piattaforma Meta (proprietaria di Instagram, Facebook e WhatsApp) da 29 Stati americani che criticano la poca tutela verso gli utenti più giovani. Sotto la lente dei procuratori ci sono proprio gli algoritmi che muovono queste piattaforme digitali proponendo contenuti (ma anche pubblicità) in base alle specifiche preferenze delle persone. In questo campo, in delicato equilibrio tra promozione e rischio di dipendenza, si è mosso di recente anche Elon Musk con il suo X (ex Twitter).
Apertura e segreti
Il social media di proprietà dell’uomo più ricco del mondo ha deciso infatti di compiere un nuovo e decisivo passo di apertura verso il suo pubblico. E questo rendendo accessibile in formato open-source, ovvero in maniera «aperta e consultabile», una porzione dell'algoritmo che decide su X quali contenuti suggerire agli iscritti con la specifica funzione «For you». Tutto bene, quindi? Sì e no. L'azienda ha però scelto di mantenere sotto segreto le parti del codice ritenute «più sensibili», nonché tutti i meccanismi interni che gestiscono la pubblicità sulla piattaforma. Una mossa, manco a dirlo, non fatta a caso. Lo scopo è infatti «impedire agli utenti di studiare il sistema e manipolarlo per ottenere visibilità in maniera pilotata e non autentica», come riportano le agenzie di stampa, tra cui l’ANSA.
«Trasparenza senza precedenti»
Una decisione raccontata con molta positività dall’azienda, che ha descritto i cambiamenti come il raggiungimento di «un livello di trasparenza senza precedenti nella comprensione dell'algoritmo», per dirla con le parole che il vicepresidente del prodotto di X, Keith Coleman ha affidato a un post sul social.
Il blocco ombra
Ma X non si è fermata qui. Contestualmente a questa novità, infatti è stata anche testata una funzione progettata per rilevare lo «shadowban». Una parola che si può tradurre letteralmente con «blocco ombra» e che, leggiamo, rappresenta una limitazione silenziosa imposta da una piattaforma social che riduce la visibilità dei post di un utente o del suo account senza inviare però alcuna notifica ufficiale. Lo «shadowban» crea in chi usa i social una vera e propria illusione di normalità: l’utente in questione e i suoi follower abituali continuano a vedere i post, quindi, non ci si accorge immediatamente che è stato attuato un blocco. Queste restrizioni algoritmiche vengono solitamente applicate ai contenuti degli utenti che violano le norme dell’azienda. In questo caso in presenza di materiale violento, spam o furto di identità.
Sotto il cofano, dentro al programma
Il nuovo strumento in questione è stato chiamato «under the hood» (letteralmente «sotto il cofano» del motore). Un termine gergale che si usa proprio per indicare il funzionamento interno che rimane nascosto di un sistema o di un programma. La funzione è al momento disponibile per un gruppo ristretto di iscritti ed è integrata nel menu delle impostazioni dell'applicazione. Ma come funziona? L’utente può scaricare un file contenente le statistiche aggregate degli ultimi trenta giorni, «un documento che permette di individuare la presenza di etichette restrittive (gli shadowban, n.d.r.) che riducono la visibilità dei post pubblicati, impedendone l'inserimento nei circuiti di raccomandazione o confinandone la visualizzazione ai soli follower».
