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L'opinione

A che cosa serve un partito?

Fervono i preparativi per le elezioni cantonali del 2027 e da più parti si creano schieramenti che portano a porsi la domanda
Boas Erez
Boas Erez
21.10.2026 06:00

Fervono i preparativi per le elezioni cantonali del 2027 e da più parti si creano schieramenti che portano a chiedersi: a cosa serve un partito? La striscia numero 602 della serie Sturmtruppen, pubblicata nel 1971 dal fumettista Bonvi, riassume bene la questione: una sentinella tedesca grida «Alt! Chi va là? Amiken o nemiken?»; le rispondono «semplici conoscenti!»; la sentinella ripete la sua domanda; stessa risposta; al che la sentinella perplessa chiama aiuto a squarciagola! UDC e Lega propongono di lavorare assieme, ma è probabile che il Movimento di via Monte Boglia uscirà profondamente alterato dal processo, anche se Lorenzo Quadri assicura che non si farà fagocitare. Paolo Morel - in queste pagine (CdT del 7 ottobre 2026) - ha sentito il bisogno di ribadire il valore dei partiti storici, come il suo PLR, che secondo lui producono competenza e affidabilità, probabilmente temendo che un qualche nuovo arrivato, «piccolo ma vivace» - per utilizzare il titolo di una trasmissione di Teleticino - ambisse a sedurre una parte del suo elettorato. In parallelo e indebolendo l’argomento del collega, Sabrina Gendotti ha espresso il desiderio che il suo Centro e il PLR superino le loro divisioni. A che livello? A quale scopo? Una politica del fare!? I partiti non sono sempre esistiti, ma una volta creati e creditati di un ruolo istituzionale, non possono che seguire la logica della massima espansione. Solo altri partiti possono limitare la loro crescita. Così a un momento dato, i partiti riconosciuti si spartiscono le vie d’accesso al potere politico.

È quindi normale che i partiti svolgano il ruolo di «macchine elettorali», con lo scopo di portare dei loro esponenti a occupare posizioni negli esecutivi o nei legislativi. È però un problema grave se i partiti si limitano a svolgere solo questo ruolo e a gestire il potere acquisito, cosa che purtroppo mi sembra la maggior parte dei partiti o movimenti riconosciuti in Ticino stia facendo. Sì, perché il contatto diretto con la popolazione e la sua fiducia non possono essere ricercati solo al momento delle elezioni. Ha ragione Andrea Leoni (CdT del 17 ottobre 2026) a sottolineare che l’aver fissato come «unica ragione di esistere» il mantenimento di due consiglieri di Stato ha portato la Lega dei ticinesi a «un’inesorabile perdita di consensi e di seggi in Gran Consiglio». Non dovrebbe quindi sorprendere che si siano creati e si stiano creando nuovi, piccoli partiti o movimenti, che aspirano a correggere la mancanza di contatto con la popolazione, o che sperano di ridare fiducia nelle istituzioni. Ma anche questi giovani o nuovi attori della politica cantonale dovranno rispondere alla domanda della sentinella tedesca: amici o nemici? Non sarà una sentinella a porla, ma gli altri partiti e movimenti, e soprattutto la popolazione. Ci vuole chiarezza. Mi sembra che il Partito socialista, I Verdi e il Movimento per il socialismo siano arrivati a trovare una posizione unitaria chiara, volta a far fronte ai problemi della popolazione ticinese. Presentano quindi una lista per il Consiglio di Stato e si prefiggono di lavorare assieme per rafforzare l’area rosso-verde. Questa alleanza non mette in pericolo i partiti che la compongono. Ridefinirà forse i loro pesi relativi. Ma anch’essa non riuscirà nel suo intento, se non saprà proporre delle piste per risolvere i problemi che si pongono ai ticinesi, restando al loro ascolto.

Boas Erez, già rettore dell’USI