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Fogli al vento

Appunti pasquali

Michele Fazioli dedica la sua rubrica a questi giorni di festa e di turismo - Si sofferma, però, anche su qualche piccola nota stonata
Michele Fazioli
Michele Fazioli
07.04.2026 06:00

Appunti sparsi di Pasqua. Anzi di Pasquetta, perché così chiamano in Italia il Lunedì dell’Angelo, quando le famiglie vanno fuori porta, gustano il solicello nuovo e gli spaghetti alla carbonara. Una bella usanza, uscire per un attimo dal recinto di casa dopo la Pasqua famigliare e quella spirituale (che spesso coincidono). Però, ed eccomi al primo appunto, faccio fatica a far rientrare nello spirito di Pasquetta i venti chilometri di code fra Flüelen e Göschenen di Giovedì Santo. Qui si salta a piè pari il simbolo pasquale, si mettono insieme i giorni festivi e via di corsa verso le primule e le sdraio e i cappuccini da sei franchi l’uno ai tavolini all’aperto rispolverati. Mi metto in mente il calvario di tre ore chiusi nelle vetture, con i bambini che si agitano, le pipì che scappano, i motori che si inceppano. Ma mi chiedo anche cosa sia mai questa moltiplicata, spasmodica fuga dalla realtà di casa nei giorni pasquali. Sopra le nostre teste poi, nel bel mezzo della crisi dei prezzi petroliferi, vengono bruciati milioni di litri di cherosene per l’altra grande migrazione temporanea, quella aerea che porta pezzetti di popoli in fuga verso Maldive, Egitto, Tanzania, Giappone e via volando.

C’è come smania di andar fuori, una voglia di scappar via da un proprio quieto “reale”. Già scappiamo tutti cento volte al giorno dalla realtà fuggendo dentro schermini a cercare storie che non sono le nostre, contatti artificiali, cose che sembrano ma non ci sono. Siamo sempre da qualche altra parte, il qui e ora diventa sempre più frammentato. Parlo in prima persona plurale perché tanto o poco ci siamo dentro tutti, ognuno di noi è tentato di scappare via, cliccando o viaggiando. Ma poi però, suvvia, non esageriamo, ci saranno anche belle eccezioni, allegri viaggi di famiglie che si rilassano, parenti lontani da riabbracciare, vini, pastasciutte, affreschi e monumenti da gustare, lasciamo che ognuno corra dove vuole.

Passo a un altro appunto, collegato a questo. L’esodo pasquale (non quello biblico ma quello automobilistico) porta frotte di confederati e nordici in Ticino. Eravamo abituati a udire talvolta quello che io chiamo il “gastrolamento”, ovvero gli allarmi di GastroTicino per mancati pernottamenti e pasti in brevi tempi di crisi tipo Covid (salvo poi alloggiare, ben lieti, i rigurgiti copiosi di svizzero tedeschi ed europei deviati da noi in mancanza delle rotte esotiche). In questi giorni miti c’è “gastroesultanza” per il picco dei ristoranti pieni (e dei pernottamenti). Ne siamo tutti contenti, i successi turistici ricadono sui guadagni generali. Però starei attento a non enfatizzare questo altro fenomeno del nostro tempo, ovvero gli indici: indici di ascolto, indici di gradimento, indici di pernottamenti, indici di visitatori di musei e spettatori di concerti e teatri. La qualità, anche turistica, non la si misura soltanto in quantità, ci sono anche altri parametri. Vale per tanti ambiti: è vero che un programma televisivo vuole avere un buon indice di ascolto (un servizio pubblico senza pubblico sarebbe inutile). Ma spesso i programmi migliori non sono necessariamente quelli con maggior pubblico e certi programmi molto seguiti non sono eccelsi. Graduare quantità e qualità è la sapienza del buon produttore televisivo.

Non mi pare sia stato il caso (ed ecco l’ultima nota) la sera del Venerdì Santo su RAI Uno quando, quale anteprima alla Via Crucis presieduta dal Papa al Colosseo, c’è stato uno speciale “Porta a Porta” dedicato alla sciagura di Crans-Montana officiato da Bruno Vespa il quale, oltre a suoi indubbi meriti giornalistici, ha il difetto vistoso di essere il celebrante della TV del dolore, dalle villette di Cogne e di Garlasco alle agonie dei Papi. Titolo del programma: “La passione di Crans”. Come antipasto alla “Passione di Cristo”. Si son visti primi piani di madri che piangevano figli morti bruciati (e la commozione ha preso tutti, anche me). Ma tutto l’insieme era proprio una spettacolarizzazione del dolore, con la pretesa anche di un po’ di indignazione inquisitoria (mentre la Giustizia elvetica sta lavorando). E, ancora, mille fotogrammi di quel tragico incendio. Ma perché non lasciare in pace quei poveri ragazzi morti, perché non lasciarli alla memoria viva e dolorosa ma intima dei loro cari? La “passione di Crans” il Venerdì Santo, a ridosso della Passione di Cristo. Certo, anche il dolore di quei genitori e l’atroce morte di quei ragazzi fanno parte del mistero del male evocato anche proprio dal Mistero della Pasqua, che per i credenti è luce che squarcia le tenebre della morte, del peccato e delle sofferenze del mondo. Ma il dolore a comando e telecomando, no grazie, basta così.

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