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Il commento

Auguri di buon 8 novembre

A bocce ferme, finiti i fuochi d’artificio, terminati i discorsi ufficiali, spenta la griglia e ammainata la bandiera, i festeggiamenti del Primo Agosto offrono alcuni spunti di riflessione
Maurizio Binaghi
05.08.2026 06:00

A bocce ferme, finiti i fuochi d’artificio, terminati i discorsi ufficiali, spenta la griglia e ammainata la bandiera, i festeggiamenti del Primo Agosto offrono alcuni spunti di riflessione. Le celebrazioni delle feste nazionali rappresentano infatti un interessante specchio di come una società si confronta con il suo passato, soprattutto in merito a quanto si ritiene utile e importante ricordare o, al contrario, dimenticare.

In queste occasioni, infatti, storia e memoria, tendono a confondersi, mentre, a ben vedere, sono due modi differenti di approcciarsi a ciò che è accaduto. Ci sono infatti eventi storici che non fanno parte della memoria, mentre ci sono episodi impressi nella memoria che non appartengono alla storia. Ad esempio, è ormai chiaro che Guglielmo Tell non è mai esistito come personaggio storico: è però vivo e vegeto nella tradizione. Al contrario, il cavaliere Werner von Homberg, figura chiave per l’origine della Confederazione, è completamente sconosciuto nella memoria pubblica. Il fatto è che la memoria è selettiva, ricorda quello che ritiene utile rievocare e trasmettere. Lo è di più ancora la memoria collettiva, che è una costruzione pubblica che persegue obiettivi politici definiti, spesso con scopi di coesione identitaria. È sorprendente osservare fino a che punto la memoria possa essere manipolata e plasmata nel tempo.

In quest’ottica la storia della festa nazionale svizzera è un indicativo caso di studio. La data del 1. agosto 1291 rappresenta infatti un tipico esempio di costruzione artificiale della memoria. Diciamo subito che dal punto di vista storico non ci sono prove che sia mai successo nulla in quel mercoledì. Insomma, un giorno qualunque. Le prime testimonianze dell’esistenza di tre congiurati svizzeri risalgono inoltre alla fine del Quattrocento, cioè ben duecento anni dopo gli eventi. A rendere il quadro ancora più incerto, le stesse fonti collocano con sicurezza il giuramento sul Rütli in una data diversa, l’8 novembre 1307. Nessun cenno al 1291, completamente ignorato.

E così è stato per secoli, fino alla metà del Settecento quando è stato ritrovato negli archivi di Svitto un documento dimenticato che pare accertare un patto redatto nei primi di agosto del 1291. Una fonte scritta pesa sempre più di una tradizione orale e finisce per acquisire un’autorità che il racconto di una congiura non può vantare. Il ritrovamento del patto del 1291 sembra allora offrire finalmente un riferimento concreto a cui ancorare le origini della Confederazione. Poco importa che quel documento non abbia un legame dimostrabile con il giuramento sul Rütli: con il tempo i due episodi si fondono in un’unica narrazione. Al patto scritto venne affidata la data, al giuramento il racconto epico.

È da questo intreccio tra storia documentata e memoria collettiva che nel 1891 prende forma il Primo Agosto come festa nazionale svizzera. Si tratta di un atto arbitrario, che antepone al 1291 i fatti che la memoria ha sempre posto nel 1307. Come spesso succede in Svizzera, la scelta provoca malumori. Uri, infatti, si oppone a quello che ritiene uno scippo storico da parte di Svitto: nel 1895 per protesta le autorità fanno ereggere sulla piazza di Aldorf una statua di Guglielmo Tell alla cui base è scolpita una data: 1307. La contesa non si placa facilmente, basti pensare che il primo agosto è ufficialmente giorno festivo nazionale solo dal 1994.

Il meccanismo di costruzione della memoria pubblica attorno al 1291 è comunque inarrestabile. La donazione del Rütli alla Confederazione come «proprietà nazionale inalienabile» avviene già nel 1860. Nei decenni successivi il sito è rimaneggiato per trasformarsi in luogo del rituale patriottico: si effettuano opere di rimboschimento; si trasforma il punto dove secondo la tradizione sarebbe avvenuto il giuramento; si inaugura una fontana, alimentata da tre sorgenti che alludono ai tre confederati e, più in generale, alle tre culture elvetiche. Sono istituiti sia collegamenti con battelli a vapore, sia punti di attracco atti ad accogliere il numero crescente di pellegrini del culto nazionale. La situazione così si capovolge: mentre nulla sembra ormai scalfire nella memoria il 1291, il 1307 cade nell’oblio.

Dal punto di vista storico è oggi accertato che il cosiddetto patto federale è solo una bozza retrodatata, scritta in un latino un po’ sconnesso, frutto di un affrettato copia-incolla. Non tratta perdipiù nessuna fondazione di uno Stato, ma è il memorandum di una pace territoriale che ha probabilmente lo stesso valore, per capirci, dei trattati firmati oggi da Donald Trump.

È un motivo per non festeggiare il Primo Agosto? Certo il 12 settembre, data dell’entrata in vigore della Costituzione federale del 1848, concilierebbe meglio storia e memoria. Ma non è per questo che esiste una festa nazionale. Più che ricordare un evento realmente avvenuto il 1. agosto 1291, essa celebra una memoria collettiva costruita intrecciando fatti storici, tradizioni ed esigenze identitarie. È il simbolo della volontà delle svizzere e degli svizzeri di vivere insieme in una comunità politica fondata sulla libertà, sulla convivenza pacifica e sulla convinzione che, come scrive il preambolo della Costituzione, «la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri». Ricordarlo almeno una volta all’anno ha dunque pienamente senso. Basta però tenere presente che siamo sul terreno della memoria. E non della storia.