Bessent e la mossa disperata del D-Day

La guerra contro l’Iran e la lotta per difendere il sistema dollaro si congiungono. L’annuncio è stato dato dal ministro del Tesoro americano Scott Bessent, ha definito questa battaglia il nuovo D-Day, paragonandola quindi allo sbarco in Normandia. Questo paragone non è eccessivo, come a prima vista appare, poiché l’obiettivo di isolare completamente l’Iran non è affatto scontato: dipende dalla reazione di Cina, India, Giappone, Pakistan e petromonarchie del Golfo e ancora da altri Paesi. Scott Bessent si è cautelato non elencando gli Stati né precisando i tempi della minaccia dell’introduzione di sanzioni secondarie contro questi Paesi. Dato che è improbabile una resa dell’Iran e nemmeno dei Paesi minacciati da Bessent, è verosimile che il «bluff» si concluda con un nulla di fatto come quello della settimana scorsa quando il ministro americano ha annunciato il raddoppio dell’acquisto dei titoli di stato a lunga scadenza per arrestare il forte calo dei loro prezzi e quindi l’aumento dei loro rendimenti con il titolo trentennale salito al 5,3%, ossia al livello più alto dal 2007. Il bluff del 18 agosto non è riuscito. Infatti, nel giro di poche ore i tassi statunitensi non solo sono risaliti, ma hanno provocato un aumento dei rendimenti delle obbligazioni tedesche, francesi, britanniche e pure di quelle giapponesi. In pratica, la rotta americana si è estesa agli altri mercati occidentali, mettendo in evidenza che l’esplosione dei debiti pubblici non può essere sostenuta ancora a lungo. Ed è questa la vera bomba su cui è seduto il sistema dollaro che non può essere disinnescata con sanzioni a destra e a manca, come le tariffe del 50% sulle importazioni di alcuni prodotti canadesi.
Il problema degli Stati Uniti è costituito dai 40mila miliardi di dollari di debito pubblico (ossia più del 120% del PIL americano), cui si aggiunge il debito delle famiglie, delle imprese, l’esplosione del debito delle grandi società dell’Intelligenza Artificiale per la costruzione di enormi centri dati e la diffusione del Private Credit, ossia di società che elargiscono prestiti a società (spesso in difficoltà) e ad individui e che spesso vengono finanziate con i capitali delle assicurazioni sulla vita. Insomma, si tratta di una grande polveriera di debiti che è stata alimentata dall’afflusso negli USA dei capitali stranieri. Riducendosi l’afflusso di questi capitali, sempre meno fiduciosi della capacità e della volontà di Trump di ridurre il debito pubblico, per chiudere i «buchi» interviene il Tesoro e la banca centrale stampando sempre nuova moneta nella speranza che la macchina continui a girare. Per dare una misura dell’inquietudine di Washington, basta ricordare che poco più di un mese fa gli Stati Uniti hanno comprato 20 miliardi di dollari di yen per paura che la discesa della moneta giapponese inducesse gli americani che si finanziano a mani basse in yen per poi investire a Wall Street decidessero di vendere i loro attivi negli Stati Uniti per restituire i prestiti contratti in Giappone, provocando un calo di azioni e obbligazioni americane. A ciò si deve aggiungere la fuga verso l’oro delle banche centrali dei Paesi asiatici. Insomma, gli Stati Uniti sono seduti su baratro, reso ancor più pericoloso dalla politica estemporanea di Trump, ma la caduta di Washington non rende invulnerabili gli alleati occidentali, come hanno dimostrato gli eventi degli ultimi giorni. Quindi, il D-Day proclamato da Scott Bessent appare in realtà una mossa disperata per salvare la superpotenza americana che non sopravviverebbe alla caduta del sistema dollaro.


