Cancel Culture

«Cancel Culture» è un’espressione che gode di una certa popolarità. Diciamo che essa designa la messa al bando di persone ritenute indegne del rispetto di cui godono, da parte dello spirito «woke», cioè vigile nel denunciare ogni parola o pratica lesiva delle identità razziali, sessuali o di genere.
Ne sono un esempio gli assalti a statue di «eroi» considerati immeritevoli di essere celebrati; le proposte di eliminare da programmi scolastici e universitari testi considerati antisemiti, misogini e razzisti; l’allontanamento dai media o dallo spettacolo di attori e presentatrici accusati di molestie sessuali o di opinioni razziste ecc.
Alcuni condannano apertamente la cultura della cancellazione perché giustificano storicamente errori e orrori: «Allora tutti facevano così», come se le vittime «allora» fossero convinte anch’esse di essere inferiori o colpevoli e felici di essere frustate e bruciate. Altri invece la cancellazione la praticano, magari con attacchi e insulti sui social. Noi cerchiamo di riflettere sulla democrazia e le sue libertà. Interroghiamoci dunque subito sul punto centrale: ha senso cancellare le opere di un personaggio, tutto quello che ha fatto, scritto, composto, perché contenente tratti misogini, schiavisti, antisemiti? Radere a zero Monticello in Virginia perché Jefferson fu proprietario di schiavi, cancellare la data fondativa degli USA perché il 4 luglio del 1776 cinquantasei maschi bianchi proprietari firmarono la Dichiarazione di Indipendenza? O, cadendo quasi nel ridicolo, ridefinire «Conchiglie» la pasta «Abissine rigate» per non ricordare il passato coloniale italiano, censurare la scena finale di «Biancaneve» della Disney perché il principe bacia la fanciulla senza il suo consenso? Io penso di no. Mettere allo scoperto e denunciare soprusi e orrori, creare dunque consapevolezza, quello sì, sempre; sempre spiegare, criticare, persino accusare, non nascondere o cancellare.
Ricapitolando: difendere gli avversari della cancellazione perché ognuno è libero di manifestare le sue opinioni e comportarsi di conseguenza non è accettabile, perché non tutte le opinioni meritano uguale rispetto. Ma anche accettare le censure dei cancellatori è un’operazione di retroguardia perché non è così che si risolve il problema: proprio le memorie dolorose non vanno cancellate, le pagine buie devono anzi essere ricordate: è il senso delle giornate della memoria. In ogni caso bloccare le voci dissenzienti e non riconoscere i cancellatori come interlocutori va contro il grande principio della libertà di parola. Ma anche cancellare completamente un passato sgradito conduce a un pensiero unico. Alla sfida della Cancel Culture occorre come sempre rispondere con la conoscenza e la consapevolezza. E un filo di buon senso.


