Chi provoca lo sdegno e chi riesce a sedarlo

Si riparte dal Messia, da Leo, portato in trionfo dai compagni e dal popolo argentino, la Coppa fra le mani e il mondo ai suoi piedi. Quella finale, quell’epilogo straordinario e al contempo inaudito, considerata la genesi della sfida con la Francia, si rivelò in tutto il suo potere. Quale? Riuscire a sedare, quasi a cancellare, lo sconcerto e le critiche che per anni avevano accompagnato Qatar 2022. Vinse il calcio, con il suo Diez, e finì per vincere pure la FIFA di Gianni Infantino, che nel controverso torneo si era immedesimato pienamente pur non avendolo plasmato dodici anni prima.
Il Mondiale che nasce oggi a Città del Messico, prima di espandersi in Canada e soprattutto negli Stati Uniti, è invece, in tutto e per tutto, una creatura del presidente della Federcalcio internazionale. Il suo biglietto da visita. La sua eredità da proteggere. A ogni costo. Infantino, dopo l’elezione del 2016, promise di rivoluzionare le finanze della FIFA e di contribuirvi con l’allargamento della Coppa del Mondo a 48 squadre. Entrambe le promesse sono state mantenute, con il fatturato dell’organizzazione passato da 502 milioni ai 9 miliardi stimati per il 2026. E, complice il raddoppio dei fondi destinati alle 211 associazioni affiliate, non sorprende la quasi totale assenza di rimproveri pubblici da parte delle principali federazioni nazionali. Eccezion fatta per i vertici della Federcalcio norvegese, a farla da padrone sono prudenza e timore. Poco importa l’indecenza del Premio per la pace, consegnato a dicembre al presidente statunitense Donald Trump nell’ambito di una cerimonia surreale. Poco importa la commistione tra sport, diplomazia e politica portata all’eccesso, affiancando i leader e i principi che - tra guerra, tregue, petrolio e triangolazioni economiche - reggono i fragili equilibri del globo. E poco importa se il Mondiale americano, «il più inclusivo di sempre», non smette di sconfessare i suoi propositi. I media europei si scandalizzano. Preferiscono invece badare a conti e prestigio gli invitati al grande ballo, su tutti i Paesi che a sorpresa si ritroveranno sotto i riflettori, complice il formato XXL del palcoscenico.
Quattro anni or sono, in Qatar, il disprezzo per la manodopera migrante aveva prodotto una competizione a chilometro zero o poco più. Otto stadi racchiusi in un fazzoletto di terra, per uno spettacolo senza eguali in termini di accessibilità. Bene, ci apprestiamo a vivere la situazione opposta, sia a livello geografico, con tutte le conseguenze del caso per il clima, sia a fronte della martellante indignazione per i prezzi esorbitanti dei biglietti e la loro opacità. «È il mercato dei grandi eventi negli USA, baby» si giustifica la FIFA. Ma, tutto fuorché a torto, c’è chi parla di una nuova frontiera del capitalismo sportivo: la monetizzazione delle emozioni. E il calcio, nel bene e nel male, rimane una devastante arma di distrazione di massa. Un’arma che l’inquilino della Casa Bianca non vede l’ora di sfruttare e che la copertina di Libération - con Trump intento a brandire la Coppa del Mondo a mo’ di mazza da golf - ha sintetizzato alla perfezione.
Noi ci saremo e proveremo a raccontarvi se l’antidoto funziona. Se, come nel 1994, il soccer è ancora promessa. Se è ancora desiderio. O se, al contrario, il torneo non profuma più di popcorn. Quanto avverrà in campo, va da sé, indirizzerà il dibattito. È infatti lecito chiedersi in che misura godremo di una fase a gironi lungo la quale le «partitone» si contano sulle dita di una mano. Non solo: qualora il pubblico non dovesse rispondere subito all’appello, beh, forse anche Infantino potrebbe ritrovarsi a vacillare. Oddio, pure il numero uno della FIFA, nel suo arsenale, non faticherà a scovare fumogeni e fuochi d’artificio. E, poi, certo, dai sedicesimi in poi eccitazione e imponderabile torneranno ad aggrovigliarsi. L’auspicio, ovvio, è che fra le selezioni capaci di non perdere il filo figuri anche la Svizzera. Gli uomini di Murat Yakin - a cui gli slogan di Infantino devono piacere parecchio - intendono vivere e regalarci il migliore Mondiale di sempre. Scaramucce e distrazioni permettendo, sì, potrebbe accadere davvero. «Voglio diventare campione del mondo» ha addirittura affermato (e provocato) Granit Xhaka. Difficilmente, il 19 luglio, al MetLife Stadium di New York, il nostro capitano verrà portato in trionfo dai compagni e dal popolo rossocrociato, la coppa fra le mani e il mondo ai suoi piedi. Ma siamo curiosi di scoprire chi, dopo Lionel Messi e una volta di più, riuscirà a sedare lo sconcerto per le contraddizioni della Coppa del Mondo. La Coppa del Mondo del gigantismo. La Coppa del Mondo di Gianni Infantino e Donald Trump.


