200 motivi per dire no

Sono preoccupato per il futuro della SSR e dunque della RSI. Mi si dirà: sei parte in causa, ci hai passato una vita. Appunto. È proprio perché ci ho passato una vita che posso dire di aver visto, dal di dentro oltre che dal di fuori, quanto irrinunciabile sia la voce forte e libera di una radiotelevisione di servizio pubblico in Svizzera: aperta, capillare, pluralista, presente in tutte le regioni e nelle quattro lingue del nostro Paese. Amputare gravemente il canone per la fruizione radiotelevisiva in Svizzera (a questo punta l’iniziatva 200 franchi bastano) significa azzoppare, se non addirittura paralizzare irrimediabilmente, il servizio pubblico che da quasi un secolo per la radio e quasi 70 anni per la TV riflette, approfondisce, testimonia, cerca di capire e far capire la realtà dei territori nostri, della Svizzera, del mondo, e produce e promuove informazione, cultura, immaginazione, intrattenimento, coesione comunitaria, eccetera. Proprio quell’eccetera contiene la memoria, le plulsazioni vitali, il cuore di un intero Paese. Ci sono almeno 200 ragioni per dire di no a questo grave taglio, ma almeno una la voglio dire qui. È il timore fondatissimo di fronte alla prospettiva del regime nuovo che gli iniziatitivisti «duecentisti» vorrrebbero instaurare. Ovvero quel marasma che loro chiamano libero mercato mediale oppure piattaforma offerta al libero confronto delle voci e delle opinioni in una somma di utopie digitali, in cui tutti parlerebbero, tutti potrebbero dire la loro ma senza gerarchie di qualità e senza orientamenti di obiettività e rispetto del pluralismo. Chi comanderebbe? Innanzitutto i poteri forti (ce ne sono: basta guardare a certi poli mediatici svizzero tedeschi che non vedono l’ora di «fare la festa» alla SSR). Come resistere alle pressioni ideologiche di chi ha i soldi e per questo crede di avere anche diritti prioritari sui contenuti? Ma, peggio ancora, esiste una legge non scritta che io chiamo della «idraulica mediale»: nel mondo attuale se un recipiente mediatico viene svuotato di un suo liquido originale quasi sino al fondo, inevitablmente viene subito riempito da altri liquidi estranei e incontrollati. Volete indebolire fino alla irrilevanza la SSR e a maggior ragione la RSI? Subito avanzerebbe l’arroganza invasiva dei poteri forti. L’esplosione incontrollata di contenuti, bufale, fake e volgarità lasciamola ai social media ma non permettiamo che sostituisca il lavoro faticoso e prezioso di un servizio pubblico radiotelevisivo nazionale retto da un mandato ben preciso: informazione, approfondimento, cultura, intrattenimento e sport. La consguenza inevitabile: una volta atrofizzata la SSR, saremo presi d’assalto dal moltiplicarsi di tutte le scempiaggini che ci tocca già subire in parte oggi con l’assedio di canali ambigui, piattaforme convulse, risse televisive in cerca di audience. Cade a proposito, purtroppo, l’inguardabile programma televisivo (ma l’ho voluto guardare) andato in onda mercoledi su Rete Quattro e dedicato alla tragedia di Crans- Montana: uno dei molti, mi dicono, di decine di simili talk show. Sia ben chiaro: l’indagine vallesana ha palesato all’inizio delle lentezze, dei buchi, una comunicazione maldestra. Ma bisogna pensare al terribile contesto di quell’alba di Capodanno, a quella tragedia che ha colpito come un macigno un’intera comunità. L’inchiesta ora procede. La Giustizia svizzera ha una sua storia di esperienza e indipendenza. Più di molte altre attorno a noi. Mercoledì sera nel programma Diritto e rovescio Filippo Lombardi, ospite svizzero collegato da Lugano, è stato pressoché aggredito a parole e a smorfie e risolini e si è poi anche giustamente arrabbiato. Un improponibile conduttore dalla voce impastata ha svillaneggiato lui e l’intera Svizzera, e tutti i presenti (a eccezione, bisogna dirlo, del direttore dell’Unità) hanno rincarato la dose, raccontando sciocchezze e persino falsità in tono veemente e atteggiandosi a predicatori. A un certo punto il conduttore ha mandato in onda due interviste della nostra RSI ad altrettanti politici svizzeri i quali davanti alle telecamere avevano criticato l’ingerenza invasiva da parte dell’Italia: mediatica e politica. Uno dei due era il presidente dell’UDC ticinese, che è anche tra i promotori più accesi dell’iniziativa 200 franchi bastano. Ebbene, se ha potuto cantargliele, agli italiani, è stato proprio grazie alle telecamere di quella RSI che lui vuole azzoppare. Chissà se si sarà accorto, nel frattempo, di cosa diventerebbe il nostro servizio pubblico se l’iniziativa venisse accolta? Il pluralismo del mercato mediatico, tanto invocato dai liberisti, verrebbe infestato anche in Svizzera da incontrollabili episodi come quello citato. Episodi che fatalmente dilagherebbero negli autorevoli spazi lasciati liberi da una saccheggiata SSR.


