A Lugano la cronaca smentisce i numeri
L’estate e l’autunno in arrivo saranno un banco di prova per quanto riguarda la sicurezza a Lugano. Con il bel tempo, infatti, parecchi scalmanati che durante l’inverno rimangono rintanati nelle loro stanzette, probabilmente senza studiare né lavorare, tendono a uscire e a sfogarsi per le vie e le piazze, cercando attivamente lo scontro con fazioni avverse o con le forze dell’ordine, e tutto questo nella città che i media definiscono «la più sicura della Svizzera». Lo abbiamo potuto constatare di nuovo, in maniera puntuale quanto impietosa, la sera del Primo maggio scorso. Certo, non bisogna fare allarmismo. Ma neanche affidarsi ciecamente alle statistiche premianti quando la realtà che si ha sotto gli occhi è, di poco o di tanto, diversa da quella raccontata dai numeri. Anche perché quella di venerdì non è stata un’esplosione di violenza estemporanea: testimonianze giunte alla nostra redazione hanno riferito di una ventina di persone a volto coperto e armate di spranghe che hanno lanciato oggetti alla fazione rivale e di un’altra sessantina di esagitati che hanno aggredito una quindicina di giovani. Nelle ore precedenti, sui social, i vari gruppi si erano lanciati minacce reciproche. Parliamo dunque di bande che arrivano in luoghi pubblici con la precisa intenzione di cercare lo scontro fisico.
Che dietro a tutto ciò vi siano pretesti sportivi, politici o sociali in senso lato, conta relativamente. A destare molta perplessità, invece, è il fatto che si tratta quasi sempre di cronache di una violenza annunciata. C’è infatti una evidente aria di déjà vu nei fatti del Primo maggio. Gli scontri, a quanto pare, sono nati in altre zone, ma poi, come da copione, hanno avuto il loro picco massimo alla Pensilina, e in zona Maghetti, con lanci di oggetti, due feriti leggeri e conseguente risposta della Polizia con spray urticante. L’impressione è che i «protagonisti» di simili disordini siano sempre gli stessi e che la stigmatizzata movida dei giovani, con le sue intemperanze alcoliche, c’entri poco o nulla. Queste sono bande organizzate, davanti alle quali occorre, senza se e senza ma, un maggiore controllo preventivo da parte delle forze dell’ordine, dal momento che parliamo di persone violente per convinzione e che in qualche modo, presumiamo, siano già in buona parte «conosciute».
Tutti, poi, ricordiamo l’ottobre caldo dell’anno scorso, quando, sempre al Maghetti, nel pieno della tragedia a Gaza, si sono susseguite manifestazioni e contro-manifestazioni con persone incappucciate che minacciavano la fazione avversa e che lanciavano fumogeni, alcuni finiti anche nell’atrio di edifici privati. Scene che avrebbero dovuto metterci in allerta fin da allora. Davanti a una simile situazione, la prima strada da percorrere è quella più concreta. Non si tratta di «militarizzare Lugano», né tantomeno di proibire manifestazioni o cortei, ma di usare in modo più intenso tutti quegli strumenti, giuridici e investigativi e di presidio del territorio, che le forze dell’ordine hanno a disposizione per evitare che le situazioni diventino esplosive. La stragrande maggioranza dei ticinesi sono persone tranquille: non escono di casa con candelotti di fumogeni in tasca o spranghe nascoste sotto la giacca. Circoscrivere quelli che invece lo fanno è il primo passo. E forse l’unico. Poi, ça va sans dire, sarebbe meglio che anche la politica abbassasse i toni ed evitasse la polarizzazione culturale e sociale, ma questo, purtroppo, è un discorso ancora più ampio.


