Accordo istituzionale e futurologia

A sostegno della proposta di Accordo Istituzionale che la maggioranza del Consiglio federale ed il Dipartimento degli Affari Esteri insistono, segno di debolezza, a chiamare «Bilaterali III», ammettendo implicitamente che un Accordo Istituzionale senza mortificare i diritti degli svizzeri è impossibile, è stata commissionata una perizia all’Ecoplan, con l’intento di confermare i vantaggi che l’accordo con l’UE ci offrirebbe. L’Economiesuisse, che parteggia apertamente per l’UE e per l’Accordo, ha a sua volta richiesto uno studio simile al BAK Economics.
Una recente analisi della Swiss Economic SE AG, su mandato dell’Autonomiesuisse, ha pesantemente criticato nel dettaglio e contestato le risultanze delle due perizie, quella governativa e quella dell’Economiesuisse. Da un lato si constata che gli effetti positivi dei «Bilaterali» sono super valutati mentre i costi vengono ampiamente sottovalutati.
Quand’ero a New York ricevendo nell’ambito di negoziazioni d’affari perizie la prima questione che ci ponevamo era: API? L’acronimo stava per «as per instruction?» (secondo le istruzioni?).
Per evitare fraintendimenti e nel rispetto della serietà professionale delle società incaricate non vi è nulla di più difficile e di più impreciso che cercare di leggere il futuro, le variabili sono innumeri e a seconda della scelta di parametri e di estrapolazioni i risultati possono ampiamente divergere. Non solo, proiettandosi nei decenni a venire anche la differenza di un decimale cumulato nel tempo porta a notevoli differenze.
Infine, pur rispettando la professionalità degli incaricati, è ovvio che nei casi di possibili legittime varianti, gli stessi non sceglieranno certo quelle che contraddicono le convinzioni dei mandanti. Sostanzialmente si fa della futurologia.
Il primo futurologo è stato Thomas Malthus che alla fine del 1700 ha terrorizzato l’umanità prevedendo che l’aumento della produzione alimentare non avrebbe tenuto il passo con il vertiginoso aumento della popolazione e saremmo tutti morti di fame. Oggi siamo in otto miliardi e mezzo e molto meglio nutriti di allora contrariamente alle errate previsioni di Malthus.
Ma anche i coniugi Meadows con il loro libro «The Limits of Growth» pubblicato dal Club di Roma, hanno previsto categoricamente che alla fine degli anni 1980 il mondo non avrebbe più avuto una goccia di petrolio. È passato quasi mezzo secolo e nel petrolio anneghiamo.
Lo scorso secolo futurologi quali Herman Kahn, John Naisbitt, Jeremy Rifkin, Alvin Toffler, erano di moda ma oggi non li cita più nessuno. La futurologia è la conseguenza delle nostre paure, anche quelle per l’aldilà, e già millenni fa si interrogavano il volo degli uccelli, le viscere degli animali, i greci andavano a Delfi per interrogare l’oracolo.
Gli studi che cercano di leggere il futuro spesso partono da inclinazioni soggettive, inevitabilmente cariche di possibili errori e a titolo di esempio delle debolezze delle previsioni confederali basta una sigla: F-35°. I mandanti (nel nostro caso Governo ed Economiesuisse) non avrebbero certo diffuso studi contrari alla loro partigiana presa di posizione.
Nella Svizzera le opinioni pro e contro UE e relativi possibili accordi si scontrano in modo molto frontale.
A favore dell’UE comprensibilmente schierate le forze della sinistra pro Stato, importanti a Bruxelles, ma vi è pure gran parte della burocrazia di Berna che influenza molti politici. È un mondo sostanzialmente statalista che parla il linguaggio dei burocrati dell’UE, ammirati perché hanno il potere, con pochi controlli, di emanare un atto o decreto al giorno, e che condizionano (ostacolano) l’economia privata negli Stati dell’UE.
Come sarebbe tutto più semplice e facile per i funzionari di Berna se avessero la stessa autonomia e gli stessi poteri degli euro-colleghi. Parimenti pro-UE vi è l’Economiesuisse, che sostanzialmente rappresenta gli interessi delle multinazionali e comprensibilmente è favorevole all’UE. È molto più facile ed efficiente per una multinazionale sviluppare le proprie attività lobbistiche in una capitale, che in ventisette Paesi. Alla testa di queste importantissime ditte vi sono dirigenti di notevole capacità, spesso non svizzeri ed ai quali non è possibile chiedere certe nostre sensibilità. Che sono quelle dei Bertschi, Behr, Planzer, Zehnder, e moltissimi altri imprenditori svizzeri presenti nell’Autonomiesuisse che avversa l’Accordo e che si trovano alla testa spesso di società di famiglia da generazioni. Accanto ai numeri, che pure contano, non dimenticano e rappresentano la cultura e le radici del nostro Paese.
Infine una terza categoria, quella degli utopisti che sognano l’Europa. Ricordiamo, sul fronte della sinistra, Altiero Spinelli ed il proclama di Ventotene sull’altro fronte Coudenhove-Kalergi, fondatore dell’Unione Paneuropea nel dopoguerra (1922). Rappresentano nostalgici sentimenti europeistici di un tempo.
Ma i tempi sono cambiati, non siamo più al Trattato di Roma del 1957 quando anch’io ero europeista. Ci troviamo con una UE fallita in diversi punti ed in continua perdita di velocità, con sensibilità e politiche diverse da quelle svizzere.
Per quanto accurate, le perizie relative all’impatto futuro dell’Accordo sono inoltre del tutto inutilizzabili perché ignorano completamente un aspetto fondamentale, quello dell’influenza degli accordi sulla cultura e sul carattere della Svizzera.


