Adda venì baffone

Adda venì baffone per sistemare le cose! Questo ha concluso Asia, a prua del battellino col piglio da agit-prop, sulle giornate politicamente caotiche seguite alla storica votazione di domenica scorsa con l’approvazione delle iniziative di Lega e PS per attenuare il pesante impatto dei premi di cassa malati sul potere d’acquisto della popolazione. Al pontile di Caprino, dove abbiamo ripreso a consegnare il Barbera fatto col mulo, la mia amica microinfluencer del lago e content creator ha dovuto spiegare, a chi non ha gradito la citazione del baffone, che il detto napoletano nato con riferimento al sanguinario dittatore sovietico Iosif Stalin, l’uomo forte al comando che porta giustizia e salvezza, è oggi da intendere non nel senso originario ma come moderno augurio che qualcosa o qualcuno ci tiri fuori dai guai.
Del resto, il presidente del Governo Norman Gobbi ha affermato che dobbiamo guardare avanti con fiducia. Non è comunque lui l’uomo della provvidenza. Anzi, il già feldmaresciallo dell’epoca masoniana Sergio Morisoli, capogruppo dell’UDC in Gran Consiglio, si è spinto a dire che tutti e cinque i consiglieri di Stato non dovrebbero più ripresentarsi e che i partiti dovrebbero proporre nomi nuovi. È quanto abbiamo pensato anche sul battellino, perché il voto di domenica scorsa presenta il conto complessivo di una politica sempre meno credibile, da decenni (non solo in questa legislatura scalcagnata) incapace di riforme. Asia, che fa la bulla col suo baffone ma che in realtà è una buonista, alla fine non vuole infierire sui cinque perché le fanno tenerezza sul ponte di comando di un vascello sballottato da forti venti opposti interni ed esterni. Sì, non è solo colpa loro: Parlamento, partiti, la stessa piazza non possono chiamarsi fuori.
Così adesso, per usare un’immagine suggestiva inventata dal cancelliere Arnoldo Coduri, «non si tratta di trovare la quadratura del cerchio, ma la cubatura della sfera». È un ardito esercizio di fisica. Posto che non c’è da ciurlare nel manico su quanto deciso dal popolo, ci sono 700 milioni da trovare per finanziare la somma di decisioni federali e di sgravi fiscali e sussidi cantonali per la cassa malati. Non basterà ritirare fuori il logoro patto di Paese o il ritornello che gira a vuoto da trent’anni sulla revisione della spesa e dei compiti dello Stato; ci vorrà coraggio sul ponte di comando. Vengono in mente «I promessi sposi» del Manzoni con don Abbondio che giustifica la sua pavidità: «Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare».
Allora qui ci vuole il maggioritario, ha sentenziato Asia da maestrina. È un altro tema che continua a ribollire. Indubbiamente non siamo più nel 1892 quando la Confederazione ci impose il sistema elettorale proporzionale per pacificare il Paese e mettere fine alle ostilità e alle schioppettate tra liberali e conservatori. L’odierno turbo consociativismo ha però raggiunto il limite, senza alternanze, con la perpetuazione del potere che fa venir voglia di mandare tutti a casa, come dice il feldmaresciallo. L’elezione con il maggioritario di una coalizione di governo (ma anche parlamentare altrimenti si rischia il cortocircuito) con un programma chiaro sarebbe d’aiuto ma, da sola, non risolverebbe tutti i problemi, tanto più di fronte ai diritti popolari. Inoltre il maggioritario richiede dei veri leader politici dei quali oggi non si vede nemmeno l’ombra. E allora adda venì baffone, ha rincarato la mia amica. Siamo proprio messi male.


