Attacchi scorretti e ingiusti

Persiste la criticità di alcuni programmi televisivi italiani nei confronti della Svizzera dopo la tragedia di Crans-Montana. Un noto conduttore, non venuto dalla strada, ha riversato un po’ sguaiato dei giudizi sulla Confederazione e in diversi programmi altri giornalisti e politici, per allargare le critiche, hanno potuto appoggiarsi alle manchevolezze di apparati e istituzioni vallesane davanti a una tragedia senza precedenti. Giudizi che ignorano la realtà giuridica della vicenda, come anche la preziosità che nel passato prossimo e non remoto ha dato beneficio e sicurezza a chi proveniva da oltre frontiera.
Era stato meno duro Aldo Grasso una ventina di anni fa quando, nonostante i giudizi critici ma costruttivi, scrisse sulla prima pagina del Corriere della Sera «ridateci gli svizzeri di una volta, con la loro proverbiale precisione e l’innato senso della disciplina, la concezione quasi maniacale dell’ordine.» Il direttore Ferruccio De Bortoli, estimatore sincero della Svizzera, ospitò ben visibile la mia replica «E voi ridate gli italiani»: «Caro Grasso, è vero che gli svizzeri come intendi tu, estimatore deluso, e come intende la maggior parte della gente sono cambiati. Troppe le ragioni del cambiamento, fra le quali l’indebolimento di un certo rigore protestante. Gli Svizzeri non ci sono più anche perché non ci sono più gli italiani che li aiutavano a fare gli svizzeri». E non credo proprio che fosse riduttivo riportare il discorso all’immigrazione che una volta era fatta prevalentemente di italiani che hanno dato la loro parte nella costruzione della Svizzera attuale, quella che non doveva ostentare il proprio benessere e le proprie qualità, prime fra tutte la precisione e il rigore della sostanza, non solo della forma. Un benessere che tutti conoscevano, solido e faticato. Quell’Italia arrivata con la valigia, forse imprestata, legata con lo spago, era un’Italia migliore perché cercava lavoro e lo trovava, e lo conservava a testa alta, con disciplina e volontà, ed è finita in una canzone di Toto Cutugno.
Nessuno però ricorda quanto l’Italia deve alla Svizzera. Cito soltanto un fatto fondamentale: senza la principessa mesolcinese Cristina Trivulzio di Belgioioso la liberazione del Sud Italia dai Borboni di quanto avrebbe ritardato? Una notte, furtivamente, un «capellone» rossastro scivolava fra il lungolago e via Nassa. Le guardie civiche di picchetto non potevano sapere chi fosse. Entrò nel palazzo Riva dove soggiornava la Belgioioso che raffigurata da Francesco Hayez nel suo fascino ammaliante lo accolse. Non c’erano i cronisti allora ma la storia poi emersa dice che Garibaldi ripartì con una bella somma offertagli dalla principessa per pagare alla compagnia Rubattino i due bastimenti per l’impresa dei Mille. Poco dopo Garibaldi sbaragliò i Borboni e si annesse al Regno d’Italia. Questo basterebbe a far avere dai commentatori di oltrefrontiera un rispetto maggiore, come quello avuto con gratitudine e ammirazione da tanti illustri italiani, da Cavour a Mazzini, Montale, Ciampi, Cossiga e Spadolini. E senza la televisivamente deprecata Svizzera tante firme non avrebbero avuto una voce, come Benedetto Croce che tacitato in patria poté tenere a Lugano una conferenza registrata e diffusa da Radio Monteceneri, il cui primo direttore era Felice Antonio Vitali, di Bellano, figlio di albergatori. Non erano tutti agiati come lui quelli che arrivavano.
Come scrissi a Grasso sul Corriere, ancora alla fine degli anni Settanta tanti immigrati chiusi a semicerchio il sabato pomeriggio, nelle periferie basse ma dignitose, stavano davanti ai loro alveari di cemento a raccontarsi la vita, a dirsi dei figli e a raccontare dei morti lontani o di quelli troppo vicini per essere riportati laggiù, dove erano nati, fra il profumo del rosmarino e dei lentischi. I loro figli oggi vivono e lavorano in Svizzera, hanno fatto carriere e famiglie. Non pochi siedono in alti scranni della politica federale e cantonale e sono rigorosamente Svizzeri, fanno il servizio militare e parlano il dialetto o lo Schwitzerdütsch. Per la Festa nazionale anche loro cantano il Salmo Svizzero. «Grasso, hai scritto di ridarci gli svizzeri. So cosa intendevi. Tutti li rivogliono. Ma non sai quanti svizzeri, sotto sotto, rivorrebbero quegli italiani non intenti solo al cemento ma anche agli orologi». Comunque lo scambio c’è stato: quando il papa si affaccia al mondo quel palazzo è del ticinese Carlo Maderno e il ticinese Borromini offre un’immagine di Roma nella Storia.


