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Il commento

Calcio e orgoglio nazionale

Non vedo bene una squadra dell’ONU - dalla possibile totale cacofonia - incontrarsi con entusiasmo e passione con quella del «Global South» o della FAO
Tito Tettamanti
Tito Tettamanti
31.07.2026 06:00

Confesso di esser stato stupito ed impressionato nel vedere piazze ticinesi in piena notte stracolme di persone che tifavano per la Svizzera, senza dimenticare quelli che, più comodamente, sacrificavano le ore di sonno ma da casa propria. Pure impressionato dal bagno di folla con magliette, cappellini, bandierine rossocrociate che ha accolto i giocatori della Svizzera al rientro all’aeroporto di Zurigo.

Mi sono ricordato di quando anch’io, con molto entusiasmo, giocavo nei «boys» (così si chiamavano allora) del Lugano. Avevamo il privilegio (allora!) di essere seguiti dall’allenatore della prima squadra (se ben ricordo si chiamava Wolff) che mi faceva giocare nonostante fossi piuttosto scarso perché (diceva lui) ero tatticamente abile.

I soldi erano scarsi e le scarpe con bulloni le compravamo usate da giocatori della prima squadra, e se erano un po’ larghe si inseriva una suola in cartone. Non posso trattenermi per la vanagloria dal raccontare che ho giocato in una rappresentanza svizzera dei giovani (ma eravamo quasi tutti ticinesi) contro una rappresentanza italiana. Dovevo bloccare il centroavanti (così si chiamava allora) italiano che, pur essendo più piccolo di me, per le palle alte mi superava di 20 centimetri. Ma ne faceva di tutti i colori lasciandomi sempre con il fiatone.

Passati gli anni mi sono consolato per la figura barbina venendo a sapere che era diventato il temutissimo attaccante e goleador dell’Inter Lorenzi, soprannominato «Veleno».

Eravamo però anche appassionati per il nuoto, d’estate vivevamo al Lido e di conseguenza la domenica al mattino giocavamo a pallanuoto e al pomeriggio al calcio. Cosa penso vietatissima ai campioncini di oggi.

Ricordo più tardi i bei tempi nei quali il Lugano disponeva di un abile centravanti. Si chiamava Sormani. Il problema però consisteva nel fatto che a Sormani piaceva di più giocare alle bocce e pertanto prima dell’incontro domenicale al Campo Marzio il Sindaco Paride Pelli andava in missione a Molino Nuovo per togliere Sormani dal campo di bocce convincendolo ad essere in squadra per la partita di calcio. Tempi semplici e forse particolarmente belli perché spontanei.

Rendendomi conto che non avevo le qualità necessarie, ho smesso. I miei compagni più dotati hanno continuato giocando negli anni seguenti in diverse squadre del girone nazionale, la nostra ala destra Kauer per anni è stato l’ala destra della Nazionale svizzera.

Ma dopo queste mie nostalgiche divagazioni, conseguenza dell’età avanzata, torniamo al presente: l’espressione di orgoglio dei tifosi delle singole squadre nazionali mi ha colpito e impressionato, mi sono reso conto che, nonostante forme sostanzialmente fittizie e talvolta forzate di internazionalismo, le nostre radici vere e sentite sono quelle del nostro Paese. Il campionato del mondo ne ha dato una palmare dimostrazione e di ciò dobbiamo essergli grati.

Non vedo bene una squadra dell’ONU - dalla possibile totale cacofonia - incontrarsi con entusiasmo e passione con quella del «Global South» o della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) o contro quella della Banca Mondiale e di tutta una serie di realtà tra il politico, l’organizzativo ed il burocratico, intese a dirigere il mondo con un sempre maggiore internazionalismo, ma che non riusciranno mai a sostituire la Patria.

D’accordo, io sono probabilmente un nostalgico oltre che un dinosauro, influenzato anche dal fatto di aver girato il mondo con un solo passaporto molto rispettato, quello della mia identità svizzera. Considero i passaporti plurimi una decadenza, uno svilimento a documento di viaggio. La Patria non si divide.

Ma vi è un altro aspetto, oltre a quello del legittimo orgoglio nazionale, che mi ha particolarmente colpito. La presenza di giocatori svizzeri originari direttamente o per discendenza famigliare da altre nazioni. I Paesi hanno bisogno di scambi e pure di innesti, l’immigrazione può essere, e lo è per la nostra Nazionale di calcio, una ricchezza, ma ad una condizione: che nell’immigrato vi siano il desiderio e l’intenzione di integrarsi. Mi ha colpito favorevolmente, in recenti contesti elettorali comunali della Svizzera tedesca, la presenza attiva e appassionata nella vita dei partiti e nelle liste elettorali di persone d’origine extra-svizzera naturalizzate, espressione di lodevole patriottismo.

La Svizzera può avvantaggiarsi dell’immigrazione ma solo di quella che intende integrarsi nell’area e nei costumi.

Infine, non tutti possono essere dei Maradona ed è forse per questo che sono da vedere di buon occhio tutti i gironi, tornei tra squadre minori che permettono l’esercizio dello sport, evitando di limitarsi a contrabbandare le ore passate dinanzi al televisore facendole passare per attività sportiva.

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