Che bella Svizzera

Evvai, in questo sabato di temporali, danni, lutti e calcio (la cronaca è impietosa: è la vita, amico, e non ci puoi fare nulla) abbiamo battuto l’Italia. Inutile stare a ridire quanto, nella sfera sensibile del tifo calcistitico, le partite Svizzera-Italia siano ad alta tensione emotiva, tipo «derby», con in più il fattore Davide e Golia (gli azzurri negli ultimi quarant’anni hanno vinto due Mondiali e un Europeo, noi niente trofei). Ci stavano dunque anche gli allegri concerti di clacson nella serata afosa ed elettrica, poi basta non esagerare, ci vuole letizia. E passi anche qualche colpo di humor, come la simpatica vignetta della mucca che si pappa un piatto di spaghetti. Che bella vittoria! L’Italia sarà stata scialba fin che si vuole (la stampa italiana parla di prestazione vergognosa) ma la Svizzera ha giocato alla grande , come del resto aveva già fatto contro la forte Germania, e prima ancora. Poi , si sa, a influenzare il calcio c’è anche l’ineffabile «Dea Eupalla», come scriveva il grande Gianni Brera, ovvero lo strepitoso enigma del caso che nel «football» mima la vita. Per esempio: metti che a inizio del secondo tempo quello storto tiro liberatorio di Schär all’indietro invece di sbattere sul palo fosse diventato un autogol: morale elvetico bastonato, Italia ridestata, panico da spauracchio-pareggio, eccetera. Ma quella di sabato era la nostra serata, dai: Svizzera ben schierata, spirito di corpo e sacrificio, tattica perfetta, Italia con le pive nel sacco. Gli esperti hanno detto e dicono (anche oggi su queste pagine) la loro. Qui mi piace mettere in luce l’omogeneità armoniosa di una squadra, quella svizzera, che sotto l’unità della maglia rossa con croce bianca conta giocatori di molteplici provenienze in quanto a radici etniche. Tanti cognomi difficili , tante sfumature di colore della pelle, tante lingue d’origine accanto alle lingue nazionali elvetiche ma poi, ed è quel che conta, quei giocatori sono tutti cittadini svizzeri. Non ci sono passaporti di serie A o di serie B, tranne che nel pregiudizio ottuso di chi lo crede, a torto. La maggioranza assoluta dei gocatori della Nazionale è di provenienza straniera e naturalizzata, lo stesso allenatore (calmo e bravo) Murat Yakin non è certo patrizio di Konolfingen. Per dirla fuori dai denti: l’immigrazione di massa dentro la Nazionale di calcio non dà fastidio a nessuno. Anzi. E speriamo che il fantasma di una presunta immigrazione di massa nel nostro Paese sia finalmente esorcizzato anche grazie a questa bella storia di integrazione virtuosa. Akanji, Rodriguez, Ndoye, Xhaka, Vargas, Sierro, Duah, e poi Shaqiri, Stergiou, altri, sono figli di una integrazione che viene da lontano, da una assimilazione graduale di questi ragazzi spesso nemmeno nati qui e comunque da genitori stranieri e poi a poco a poco inseriti nel tessuto sociale e psico-emotivo di questa singolare e collaudata nazione che parla quattro lingue, ha due fedi cristiane diverse e ha un efficacissimo motore federalistico che forse avrebbe qualcosa da insegnare all’Europa politica ancora così piena di fratture e fraitendimenti nazionalistici. Quei nostri giocatori dal cognome esotico sono diventati cittadini svizzeri, con tutti i crismi. Vuol dire che c’è un sistema svizzero di armonizzazione migratoria e di attenta e aperta integrazione: la composizione della nostra Nazionale ne è una prova lampante. Qualcuno potrebbe obiettare: è facile fare i bravi svizzeri integrati quando si ha successo nel calcio e pingui contratti con grandi club europei. Beh, è vero che il successo in generale aiuta (basterebbe pensare, fuori dal calcio, a Lino Guzzella, figlio di lavoratori italiani emigrati a Zurigo e diventato un grande fisico e rettore del Politecnico federale: più integrato di così…). Ma poi ci sono anche moltissime storie di fatica , di lavoro duro e anonimo, anche di rovesci della sorte. Ma l’integrazione è l’integrazione. Vale per i calciatori vincenti ma anche per i lavoratori che partecipano all’ossatura sostanziale della vita socio-economica del Paese. Gli stranieri diventati cittadini elvetici la Svizzera li sa integrare, eccome. In molti campi. Anche nel calcio, come si è visto sabato sera, dal Salmo Svizzero fino al triplice fischio finale e all’abbraccio generale tutto colorato di rosso. Hopp Suisse. Poi vada come vada.


