Cerca e trova immobili
Rosso e nero

Condannati a tacere

La rubrica del critico cinematografico Antonio Mariotti
Antonio Mariotti
08.08.2026 06:00

Quali sono le condizioni di detenzione nelle carceri femminili statunitensi? Quali le possibilità per una detenuta che partorisce dietro le sbarre di conservare la custodia del proprio figlio una volta tornata in libertà? E qual è il tasso di recidiva tra queste donne quasi sempre figlie di famiglie fortemente penalizzate socialmente ed economicamente? Che tipo di traumi si portano a casa i soldati reduci da un lungo periodo di aspri combattimenti? Contro chi si trovano a sfogare la propria aggressività repressa una volta fatto ritorno in un contesto sostanzialmente pacifico? Due temi tosti, di grande attualità, non facili da portare sul grande schermo nemmeno per i più abili registi contemporanei. Due temi al centro di altrettanti titoli (Caged e Crossfire) visti nei primi giorni della retrospettiva Red & Black di Locarno 79 che, fin dalla proiezione inaugurale, ha visto la sala del Gran Rex affollatissima, a dimostrazione dell’interesse suscitato da un tema che trova non pochi riscontri nella società di oggi. Entrambi questi lungometraggi attirarono l’attenzione della Commissione per le attività antiamericane e costarono cari ai loro autori.

Il primo, Caged, diretto nel 1950 da John Cromwell e interpretato con grande intensità da Eleanor Parker, è un drammatico e spietato prison movie che vede all’opera un cast quasi esclusivamente femminile. Gli uomini - essenzialmente i magistrati che dovrebbero assicurare la giusta applicazione delle leggi e i politici che dovrebbero occuparsi del buon funzionamento della struttura carceraria - sono infatti relegati ai margini della vicenda, anche se in posizioni di potere in grado di determinare il destino delle detenute. E ciò nonostante la presenza forte della direttrice della prigione, che cerca invano di far accettare le proprie idee progressiste e umanistiche. Una situazione di sopruso e di degrado che sullo schermo si materializza nella progressiva metamorfosi della giovane protagonista che - finita in carcere per colpe non sue - nel giro di un anno si trasformerà da brava ragazza, che spera ancora nella redenzione, in cinica e spietata malvivente che non teme più alcuna forma di violenza. Un film che costò a John Cromwell l’inserimento in una lista nera e, in pratica, la fine della sua carriera registica e che dimostra lo spiccato interesse del cinema hollywoodiano di sinistra di quel periodo per la condizione femminile.

Edward Dmytryk, il regista di Crossfire (1947), fece parte dei cosiddetti «Dieci di Hollywood» che nel 1947 si rifiutarono di rispondere alle domande della Commissione per le attività antiamericane riguardo alle loro idee politiche appellandosi al primo e al quinto emendamento della Costituzione. Tutti vennero comunque condannati a diversi mesi di prigione da scontare. Dopo un breve periodo di incarcerazione, Dmytryk cambiò però idea e decise di «fare i nomi» pensando così di salvare la propria carriera. Un atteggiamento che a Hollywood non piacque a nessuno e che segnò il precoce declino di uno dei maggiori talenti del cinema americano degli anni ’40. Crossfire, chiara denuncia dell’odio razzista nei confronti degli ebrei, rimane così una delle sue opere di maggior spicco. Un noir classico quasi tutto al maschile, caratterizzato da dialoghi incalzanti, scene da antologia e dalla fotografia ricca di contrasti firmata da J. Roy Hunt.

In questo articolo: