Crans-Montana, la sciagura corre sul web

Le disgrazie nel tempo dell’elettronica. Le catastrofi in diretta permanente. L’emotività tenuta ad alta tensione. Dal primo gennaio ad oggi la sciagura di Crans-Montana ha abitato la nostra retina, l’udito e il cuore, la testa e la pancia. La narrazione della tragedia non ci ha più mollato. Certo, si è trattato di una sciagura quasi indicibile. Quaranta ragazze e ragazzi sono bruciati vivi, e possiamo immaginare il crepitare violento del fuoco, gli scoppi, le urla disperate e di raccapriccio, vetrate sfondate per la salvezza, aria intossicata e assassina, apocalisse di fuoco nella neve, e poi il terrore per quello che era appena accaduto, sirene e grida, panico e impotenza, una specie di fine del mondo lassù sulla montagna del benessere e della quiete. Quaranta morti straziati e carbonizzati. L’inizio di un dolore immenso in quaranta, in centinaia di case. Tremendo, poi, è pensare agli oltre cento feriti, molti ustionati in modo gravissimo, che porteranno sul loro povero corpo martoriato i segni devastanti della sciagura nel dolore continuo di se stessi e dei propri cari, con la vita totalmente cambiata. I genitori delle ragazze e dei ragazzi morti hanno il vuoto incolmabile della perdita, una ferita nell’anima che non potrà mai essere del tutto cauterizzata. Ma al tempo stesso il ragazzo o la ragazza morti verranno pensati intoccabili, pacificati, immutabili, belli e cari com’erano, dentro una bolla che diventa icona fissata per sempre nella grave malinconia della memoria o, in presenza della fede, passati dalla vita di qui al Mistero di un “destino buono” nella grande luce del dopo, dell’oltre. Dal canto loro i poveri ragazzi ustionati saranno testimoni sofferenti della tragedia e la sconteranno, ogni giorno per anni e anni, i meno gravi recuperati a una vita almeno dignitosa, i più gravi debilitati per sempre. Avranno bisogno di molto amore, di essere nutriti da una speranza sempre ravvivata. Un dolore immenso è nato la notte di Capodanno a Montana, e nel silenzio, anche a riflettori spenti, non cesserà mai. Il nuovo di questa sciagura, dicevo all’inizio, è di essere stata in presa diretta e ininterrotta: mediatica, giornalistica, spalmata su canali radiotelevisivi e giornali, ma poi anche nella giungla dei social media: schermi e schermini drammaticamente accesi a milioni, instagram e youtube, facebook e tik tok, mille finestre moltiplicate da algoritmi senz’anima che hanno eccitato senza sosta l’emozione e lo sdegno, la curiosità onesta e quella morbosa, per non parlare della ricerca immediata e incattivita di capri espiatori. La stessa ritualità giusta delle celebrazioni di memoria (la natura umana chiede riti di condivisone, consolazione e speranza) apparteneva completamente alla nostra epoca della “diretta” e all’alta tensione mediatica. Qui bisogna però subito dire che la cerimonia di Martigny è stata sobria, intensa, perfetta, senza sbavature e con momenti di emozione autentica e profonda e soste sospese di silenzio alto e denso. C’è stato anche il suono solenne delle campane di tutto il Paese, un suono che era pianto e condivisione, per molti preghiera, per tutti un abbraccio solidale a chi è morto bruciato, a chi resta a soffrire. La marcia, anch’essa silenziosa, nel buio della sera bellinzonese, le parole giuste del Vescovo nella veglia in cattedrale, tutti gli altri gesti e momenti hanno concorso a questo strano silenzio abitato da poche parole forti proprio nel tempo della cacofonia mediatica e da social. Questa è la parte buona di quella che io chiamo la “copertura elettronica” della tragedia. Fra l’altro, complimenti alla nostra radiotelevisione per il lavoro attento, presente, preciso. Perché poi c’è anche la parte meno buona. Ed è la dffusione incontrollata di milioni di immagini (sempre quelle, ossessionanti) dei momenti più crudi, che raggiungono in modo invasivo soprattutto i giovani chini sui loro maledetti (sì, in questo caso maledetti) cellulari compulsivi. La loro mente e la loro anima sono abitate da quella ossessività, da quella crudezza spettacolarizzata, da quella ferita sempre stuzzicata. E stanno nascendo persino degenerazioni odiose da social giovanile se è vero, come riferisce il Corriere della Sera di ieri, che alcuni giovani di quindici sedici anni, stupidi o scioccati, probabilmente le due cose insieme, hanno bersagliato via social i compagni della scuola privata un po’ escusiva di una delle vittime, i quali avevano manifestato, anche loro sul web, il proprio dolore: «Non è perché andate in posti da mille euro che non dovete bruciare». «Fate notizia perché avete i soldi». E il giornale commenta: «È una scorciatoia feroce, che trasforma il dolore in colpa e la vittima in bersaglio». Urge una vigilanza, una educazione all’uso di tutti i media compulsivi. Famiglie e scuola, datevi una mossa.


