Crisi USA, campanello d'allarme

A Donald Trump piace presentare gli Stati Uniti come la potenza dominante del mondo che ha in mano tutte le carte. Eppure a questa dimostrazione di «forza» non sembrano credere nemmeno gli esponenti della sua amministrazione. Questo inizio anno con la crisi della Groenlandia e la minaccia di nuovi dazi contro Danimarca e Paesi europei ha infatti messo in luce l’esatto contrario. A fermarlo sono stati i mercati finanziari con i rendimenti delle obbligazioni americane in aumento, il dollaro in calo e l’oro in forte rialzo. Il ministro del Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che questi movimenti erano dovuti alle oscillazioni dei mercati in Giappone. Nessuno ha però replicato che il mercato americano è stato sempre il rifugio nel caso di tensioni all’estero. Sta di fatto che i mercati americani si sono calmati non appena un accordo sembra essere stato trovato e la minaccia dei dazi è stata ritirata. Lo scossone di Wall Street è stato breve e meno forte di quello dell’8 aprile dell’anno scorso in occasione dell’annuncio dei dazi contro mezzo mondo, ma in ogni caso è stato significativo. La paura dell’enorme deficit pubblico americano è un fardello per Washington anche perché è in gran parte finanziato da investimenti esteri. E di questa debolezza l’amministrazione è consapevole e ha paura. Infatti proprio nei giorni del Forum di Davos Scotti Bessent ha telefonato al numero uno di Deutsche Bank, Christian Sewing, intimandogli di ritirare un’analisi dell’istituto, in cui si sottolineava che gli investitori europei detengono circa 8.000 miliardi di obbligazioni ed azioni statunitensi e che il deterioramento delle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico poteva indurre questi investitori a ridurre la loro esposizione in strumenti finanziari americani. La Deutsche Bank non si è comunque piegata al pressante invito di Bessent, ma ciò dimostra che Washington segue con attenzione e timore i flussi di capitali che permettono agli Stati Uniti di continuare a «galleggiare» e fa sospettare che questo non è l’unico intervento di questa natura.
Il doppio deficit pubblico e commerciale è uno dei talloni d’Achille di Donald Trump. Il disavanzo commerciale lo vuole ridurre con i dazi che provocano maggiori entrate fiscali e maggiori investimenti esteri negli Stati Uniti. Invece con quello pubblico Trump non sa ancora cosa fare: ha comunque già preannunciato che vuole portare le spese militari dai mille miliardi di dollari di quest’anno a 1.500 l’anno prossimo e poi cerca di corteggiare l’elettorato con la riduzione del prezzo delle medicine e con altre misure analoghe. Il debito pubblico americano, che ha raggiunto il 125% del PIL, è all’origine della crisi di fiducia nei confronti del dollaro e delle altre monete fiduciarie ed è all’origine dell’ascesa dell’oro che ha superato i 5mila dollari l’oncia. E questo non è solo un problema americano, ma anche europeo. Infatti l’Europa con il programma di riarmo, la decisione di portare le spese militari al 5% del PIL e il sostegno all’Ucraina sta rapidamente seguendo le orme americane. Dunque il valore futuro del denaro non è per niente certo e il forte rialzo del prezzo dell’oro e anche del franco ritornato ad essere a pieno titolo una moneta rifugio dimostra che questo timore si sta velocemente diffondendo. Per questo la crisi degli Stati Uniti e del dollaro è un campanello d’allarme per tutto il mondo.


