Dalla televisione ai mini schermi

Le prime immagini televisive sperimentali compiono cento anni, diffuse pubblicamente da un ingegnere a Londra, quando mostrò un volto in movimento grazie a un sistema definito elettromeccanico. L’autore era lo scozzese John Logie Baird. Non ebbe, ingiustamente, il Premio Nobel poiché la diffusione più simile a quella odierna venne tempo dopo e l’inventore se ne andò all’inizio del 1946, a guerra appena finita e nell’imminente affermazione di quella scatola luminosa che avrebbe conquistato il mondo. Solo il telefono e la radio ebbero quella popolare fedeltà della gente, superati oggi da uno schermo elettronico, grande o piccolo, ma senza televisione non c’è comunicazione sociale e intrattenimento. Scrivere una lettera è diventato meno impegnativo: si invia una mail, senza rigori formali ma essenziale nella sostanza, al punto da risultare talvolta arida. È uno dei sintomi di una trasformazione che, essendo intergenerazionale, da una parte è sentita come naturale, come normale evoluzione, dall’altra invece è fonte di disagi, almeno psicologici e comportamentali.
L’utilizzazione delle tecnologie che dominano il nostro tempo è alla portata dei ragazzini come dei quiescenti, che trovano nello schermo del computer un villaggio universale dal quale trarre notizie ma anche una piazza virtuale in cui si muovono in solitudine. L’accorciarsi delle distanze generazionali però è solo illusoria. Ogni fascia anagrafica resta nella propria dimensione. L’informazione planetaria on line congiunge gusti e tendenze, ovviamente più di quanto facessero televisione e giornali. L’uniformità comportamentale, il conformismo da parata hanno la meglio. La massificazione porta un po’ a quello che D’Annunzio definì «il grigio diluvio» che abbatteva o appiattiva le cose belle; citazione che non deve essere letta in chiave politica o ideologica e neanche negativa. Le video dipendenze sono prassi sociali, comportamenti, usi e nuovi costumi divenuti identici a mille chilometri di distanza fra genti storicamente diverse e che erano fino a poco fa estranee. Fu intuitivo Leonardo da Vinci scrivendo «Parleransi li omini di remotissimi paesi l’uno all’altro e risponderansi».
Quello che preoccupa nella prassi sono l’uniformità dello stile e della «diseducazione» giovanili che disorientano almeno chi ha varcato la soglia dei cinquanta; il «buongiorno» della loro adolescenza, entrando in classe o in un negozio non era il disinvolto «ciao» che i loro figli rivolgono agli insegnanti o che entrando in negozi o uffici ti arriva dal personale che non ti conosce. L’uniformità disinvolta e la naturale propensione a non seguire la forma hanno prodotto a cascata effetti che fanno spesso sorridere ma che possono allarmare. Oggi il turpiloquio, le neoparolacce, la disinvolta pratica di mettere nei discorsi un termine scurrile o pesante, sono naturali modi di essere che non hanno trovato al loro insorgere quei freni di pudore che avrebbero dovuto stemperarli e che avrebbero dovuto funzionare. Risulta ormai del tutto naturale, non solo per dive e attricette, mostrare seni e intimità non solo dalle copertine dei rotocalchi, ma è ormai del tutto naturale vendere alle pagine anche il prodigio e il mistero di una gravidanza, che un tempo non lontano aveva una sacralità con tanti valori, spirituali e pratici. Si potrà dire che gli esibizionismi dilaganti sono ancora comportamenti minoritari; questa è una pia illusione, poiché così non è: sono milioni i giovani - mal contenuti nei perimetri delle regole - in attesa dei loro orizzonti di gloria a buon mercato sognati a propria somiglianza.
Tutto questo non significa che il fronte opposto delle buone regole, morali e sociali, sia in disarmo o sconfitto. Al contrario c’è, e conforta, chi non invia una mail disordinata, confusa e non ti mostra il dito alzato, che non insulta né aggredisce, né ferisce deformando le regole e magari pretende dalla società più di quanto sia disposto a dare. C’è, e cresce, forse per reazione, la nostalgia di un ordine non solo estetico ma proprio sostanziale. Se si diceva che i frutti nascono dalle loro piante, oggi tanti frutti scivolano su altri prati; ma la loro sostanza può essere educata. Troppi ragazzi sono nottambuli ma si vedono anche gruppi in antitesi, diversi per modi e stile; quasi tutti però, specie le ragazze, con il telefonino in mano, intenti a parlare, a scrivere a diffondere immagini. Le allusioni dei sociologi a società in mano a un «grande fratello» governante sono tuttavia piuttosto esagerate.


