Dall’aeroporto a Lugano Marittima il politichese fa più paura dell’IA

Ogni giorno che passa abbiamo più paura dell’intelligenza artificiale e delle sue devastanti conseguenze. Dimenticandoci che l’ignoranza naturale causa da sempre danni ben peggiori e che certe narrazioni sapientemente pilotate - con appena un pizzico di attenzione in più alla forma - non sono meno inquietanti. Eppure le ascoltiamo e le leggiamo, le assorbiamo e non facciamo una piega. O quasi.
Eccoli, intanto, tre esempi di nostranissime, consapevoli deformazioni della realtà: il futuro dell’aeroporto, le celebrazioni dello stadio che verrà e le dinamiche della movida cittadina. Partiamo dallo scalo che fu, cui si vorrebbe dare un senso con meno voli, meno rumore e senza allungamento della pista. Pare che da Londra, Tokyo e New York siano già pronti a partire per Lugano, Muzzano, Agno e Bioggio per scoprire come il Ticino pensi di risolvere una delle più complesse equazioni ambientali della storia: ottenere di più facendo di meno. E visto che saranno sul posto in questo paese delle meraviglie qualcuno ha suggerito di dare un’occhiata anche allo stretto transfrontaliero di Lavena, che potrebbe magari rivelarsi un’alternativa a quello di Hormuz.
Sullo stadio - al netto della mia risaputa contrarietà per le modalità di finanziamento blindate peraltro dalle inos sidabili regole della democrazia - non riesco a fingere di non accorgermi che nella stanza, da quasi mezzo secolo, c’è un elefante di cui nessuno è mai riuscito a liberarsi perché nessuno ha mai voluto parlare: quello del problema dell’affetto del pubblico, che a Lugano e dintorni è più latitante di un mafioso degli anni sessanta. Noi siamo fortissimi nella… carica degli inutili - i 12.000 che per tre anni hanno invaso Berna prima di eclissarsi puntualmente sino alla finale di coppa dell’anno successivo senza neppure degnare di uno sguardo distratto le pur stimolanti vicende degli ultimi campionati dei bianconeri - probabilmente gli stessi che hanno preso d’assalto la nuova struttura una settimana fa.
E allora, se a luglio non saranno stati staccati almeno 4500 abbonamenti qualcuno dovrà pur trovare il coraggio di dire che l’operazione si sarà rivelata - peraltro prevedibilmente - costosissima e poco redditizia. Senza alcun merito per chi in passato ha firmato contratti da 12 milioni: il sottoscritto e altri 68.000 luganesi circa hanno assunto un impegno ben più oneroso per il suo piccolo gioiello privato. Sarebbe però soltanto un problema, non ancora un fallimento: per quello, come insegna la nostra storia del calcio, c’è sempre tempo.
Tanto, nel peggiore dei casi, potrebbero intervenire gli sponsor, che sono poi nostri anche quelli: Plan B e AIL, altri soldi pubblici, altre millantate prospettive di visibilità che faccio fatica a inserire nel contesto se considero che a Zurigo o a Istanbul del primo se ne fanno un baffo e che il secondo già a Massagno è… fuori giurisdizione. Forse varrebbe la pena ricordare che la grandezza di uno stadio non la fanno gli architetti e i marchi ma ciò che vi succede. E allora, con piena fiducia, aspettiamo… Lugano Marittima, per finire: era stato detto e scritto che con questa idea si sarebbe ampliato il centro gravitazionale della città, sfruttando il parco come segmento di collegamento. Chi come me e altri giovedì e venerdì era seduto in piazza Indipendenza verso le 23 ha capito che l’unica cosa che siamo riusciti ad allungare sono le colonne di auto. Alla faccia di chi ci doveva andare a piedi, no?
Ma va bene così: il vero problema, quello che continua a farci perdere il sonno, è l’intelligenza artificiale. Agli altri siamo ormai talmente abituati da riuscire a dormirci sopra benissimo.


