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Il commento

Dazi, autogol degli USA

Molte economie nel mondo stanno mostrando un buon grado di resilienza, ma le cose potrebbero andare chiaramente meglio se non ci fossero alcuni fardelli, tra i quali i conflitti bellici, le tensioni geopolitiche e appunto anche i dazi voluti da Trump
Lino Terlizzi
13.10.2026 06:00

I dazi USA si stanno confermando come un peso per gli scambi internazionali e anche come un autogol per l’economia americana. Molte economie nel mondo stanno mostrando un buon grado di resilienza, ma le cose potrebbero andare chiaramente meglio se non ci fossero alcuni fardelli, tra i quali i conflitti bellici, le tensioni geopolitiche e appunto anche i dazi voluti da Trump. Questi ultimi sono stati in parte bloccati dalla Corte Suprema USA, è vero, tuttavia un’altra parte c’è ancora e questa quota pesa ancora sull’economia internazionale non solo per i suoi effetti pratici negativi, ma anche perché aumenta il senso di incertezza sul versante dei commerci.

I dazi non fanno bene a nessuno, nemmeno agli Stati Uniti. Guardiamo al discorso del deficit commerciale, cioè al disavanzo dovuto al prevalere dell’import sull’export degli USA. L’incremento dei dazi riguarda appunto l’import, uno scopo dichiarato del protezionismo dell’Amministrazione Trump è quello di ridurre drasticamente il deficit nei commerci. Obiettivo sin qui non raggiunto. I dati ufficiali USA pubblicati nei giorni scorsi indicano che per i primi otto mesi del 2026 il disavanzo totale (merci più servizi) è di 557 miliardi di dollari. Si tratta di alcuni miliardi in più rispetto al 2024 (quando Trump ancora non era tornato alla Casa Bianca), che nei primi otto mesi aveva registrato 549 miliardi. Si può aggiungere che i dazi di Trump avevano portato il disavanzo nei primi otto mesi del 2025 addirittura a 695 miliardi, anche a causa delle importazioni anticipate tra gennaio e marzo, effettuate per evitare le tariffe in vigore da aprile.

Se si guarda all’anno intero, il 2025 si è chiuso con un deficit superiore a quello del 2024. E a ciò si somma un periodo gennaio-agosto 2026 con un deficit più alto di quello di due anni prima. Dunque il protezionismo sin qui non ha funzionato. L’import ha continuato ad aumentare, pagando però costi più alti anche a causa dei dazi, in parte scaricati sui consumatori. L’export pure è aumentato, ma non sino a creare una reale inversione di marcia per il deficit. Quando si parla di disavanzo USA, bisogna anche precisare che questo è interamente determinato dalle merci. Nei servizi c’è invece un avanzo, l’export prevale sull’import. Questa distinzione ci porta anche a quella che dovrebbe essere la via più opportuna per ridurre il deficit americano nei commerci.

I capitoli principali sono due. Il primo riguarda gli stessi servizi (nei quali ci sono anche molti aspetti delle nuove tecnologie), che già sono forti e che se ben sviluppati potrebbero andare ancora meglio, con un avanzo maggiore, in grado di contrastare di più il disavanzo nelle merci. Il secondo riguarda queste ultime, che almeno in una parte dei settori dovrebbero esser rese più competitive, in modo da aumentare considerevolmente le esportazioni. In sostanza, la via non è quella di limitare l’import con i dazi - cosa che peraltro, come si vede, spesso non ha successo - bensì quella di aumentare l’export. A questo proposito, occorre anche ricordare che avere una moneta più debole serve solo sino ad un certo punto; un dollaro non forte non può aiutare più di tanto le esportazioni americane, le carte decisive come sempre si giocano sul valore aggiunto, sulla qualità dei beni da esportare, oltre che sulla diversificazione dei prodotti e dei mercati.  

Nel frattempo i dazi contribuiscono all’aumento dei prezzi. Ci sono pure altri fattori in campo, è chiaro, e i rialzi di petrolio, alimentari, metalli e altri beni sono determinati anche e soprattutto da geopolitica e guerre. Ma i dazi ci mettono del loro. L’inflazione negli Stati Uniti ora è in pratica stabilmente fra il 3% e il 4%, quando l’obiettivo della Federal Reserve (Fed) e delle altre maggiori banche centrali è il 2% in media annua. La Fed ha iniziato ad alzare i tassi di interesse, anche contro la volontà di Trump, per contrastare l’inflazione. Il mercato dal canto suo da tempo richiede tassi più alti anche per i titoli pubblici USA, sulla base delle previsioni sul permanere dell’inflazione e del maggior grado di rischio dell’elevato debito pubblico americano. I dazi sono un errore, in un quadro come questo lo sono ancora di più.