Difendere o distruggere

Lo scorso 23 settembre il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha pronunciato davanti ai rappresentanti dell’ONU un discorso di altissimo profilo in difesa dei valori, dei principi e delle ambizioni che ispirarono la nascita di questa organizzazione. Di fronte ai suoi nemici, che mirano allo smantellamento di questo organismo, Sánchez ha difeso senza retorica i suoi valori, e lo ha fatto attaccando per primo l’avversario. Ha infatti accusato gli attori politici che violano le regole e tagliano i contributi, di fondarsi su tre pilastri sbagliati: egoismo, ignoranza, crudeltà, dove la crudeltà, ha affermato Sánchez, è il peggiore di tutti i mali.
Nell’ascoltarlo mi sono venute alla mente le parole contro crudeltà e ingiustizia di una filosofa politica del Novecento, l’ebrea lettone-statunitense Judith Shklar (1928-1992). Di lei ho già scritto qui nel Pensiero di libertà del 29.1.26 («Le vittime al primo posto»). Che cosa sono le violazioni dei diritti umani oggi in Cina, le brutali guerre in Ucraina, nel vicino e Medio Oriente, nello Yemen, se non esercizi di crudeltà? Ma già negli anni ’80 negli Stati Uniti Shklar, allacciandosi a Michel de Montaigne, aveva dichiarato la crudeltà come il primo e il più grave vizio umano (spodestando la superbia dal suo primato).
Ci sono persone che reagiscono, che si mobilitano in difesa della natura, della pace, dei diritti comuni, ha continuato Sánchez, nonostante le forze reazionarie che quest’ordine mirano a distruggere.
Ricorro ora alla filosofia politica per definire queste forze come correnti esplicitamente antidemocratiche, e darò nome e cognome ad alcuni dei loro ideologi. Si tratta di una galassia di maschi bianchi, tecno-oligarchi, teorici del pensiero elitario, nemici delle istituzioni («inutili cattedrali») come dell’eguaglianza (gli uomini non sono uguali, solo i più intelligenti devono emergere e governare, bisogna restaurare le gerarchie). Sono gli slogan di Nick Land, Curtis Yarvin, Peter Thiel, Alexander Dugin, apologeti di una sorta di perenne emergenza che sospende la democrazia, ritenuta restrittiva della libertà e della responsabilità individuale.
Le voci critiche sull’ONU – ripasso la parola a Sánchez – «non stanno descrivendone i fallimenti: stanno cercando di provocarne il fallimento... vogliono che dimentichiamo... che finiamo per credere che gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono cause perse, che difendere il bene comune sia ingenuo, che cooperare sia un segno di debolezza».
Che l’impegno a lasciare un mondo più pacifico, più sostenibile e più giusto sia la risposta che daremo alle generazioni future, quando chiederanno che cosa abbiamo fatto, conclude Sánchez, «quando alcuni paesi hanno cominciato a infrangere le regole e altri hanno deciso di chiudere un occhio».


