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Il ponte-diga

Fascisti d'antan

Esiste forse una regola non scritta della Storia, secondo la quale gli anni venti-trenta di ogni secolo devono per forza conoscere un sussulto di autoritarismo? È stato così nell’Ottocento, dopo il congresso di Vienna, ed è stato così cento anni più tardi in buona parte d’Europa
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
07.03.2026 06:00

Da qualche tempo si è tornato a parlare, nel discorso pubblico della Svizzera italiana, di fascismo e antifascismo. Da un lato mi pare un bene: fare memoria del passato, meglio se con qualche solida pezza d’appoggio, non può fare male, anzi. Dall’altro invece potrebbe essere un segnale preoccupante: se ne parliamo, è perché qualcosa di cupo sta tornando in superficie dalle nebbie del tempo. Cosa c’è di concreto in queste paure? Esiste forse una regola non scritta della Storia, secondo la quale gli anni venti-trenta di ogni secolo devono per forza conoscere un sussulto di autoritarismo? È stato così nell’Ottocento, dopo il congresso di Vienna, ed è stato così cento anni più tardi in buona parte d’Europa: Italia, Polonia, Jugoslavia, Portogallo, Spagna, Germania, Grecia, Unione Sovietica… La Svizzera, per più ragioni, ne rimase immune, anche se non del tutto immacolata.

Chi volesse studiare il tema non avrebbe che da prendere i numerosi studi che si sono susseguiti nei decenni, da quelli più datati di Pierre Codiroli, Mauro Cerutti, Davide Dosi o Paola Bernardi, ai più recenti di Francesco Scomazzon, Sonia Castro e Orazio Martinetti. L’affollarsi di ricercatori attorno a un argomento tutto sommato minore - gli aderenti svizzeri non arrivarono neanche lontanamente alla soglia di una massa critica - non deve sorprendere: attorno all’ideologia fascista gravitano infatti tutta una serie di questioni che vanno dalla limitazione della libertà di pensiero al venire meno dello spirito democratico, alle estremizzazioni del nazionalismo, fino a una militarizzazione della vita pubblica e a veri e propri abusi di potere. Insomma quei pericoli che, in una misura o nell’altra, sono comunque latenti in tutte le democrazie liberali, anche se a volte tendiamo a negarlo.

Lugano, cent’anni fa, ha giocato un suo piccolo ruolo: qui si fondò infatti, il 3 maggio 1921, il primo Fascio di combattimento italiano all’estero (non c’era ancora stata la marcia su Roma). L’anno successivo si tenne una cerimonia fascista, promossa da militanti varesini, davanti alla statua di Guglielmo Tell, e già a quell’altezza si registrarono scontri con manifestanti del fronte opposto. Lungo tutti gli anni venti non mancarono feste in camicia nera - una nel 1924 al Kursaal in grande stile - e raduni più o meno segreti, favoriti dalla diplomazia italiana, sotto l’occhio sonnacchioso delle autorità cittadine. Nella sostanza, però, poca cosa. Fino al rinnovato slancio che portò, dopo la presa di potere di Hitler nel gennaio del 1933, alla fondazione della Federazione fascista ticinese di Nino Rezzonico, nata in una casa di Porza, con qualche soldo di Mussolini e la benedizione del padre del fascismo svizzero, il colonnello Arthur Fonjallaz.

Quello che spirava allora in tutta Europa era un vento di violenza, repressione e morte, e anche tra le placide montagne della Confederazione ci sarebbero state tutte le premesse per una sua azione nefasta. Eppure non accadde se non per fatti sporadici, subito isolati e gestiti come avvenne per lo scontro di piazza del 25 gennaio 1934 a Bellinzona, durante il quale i fascisti ticinesi furono rimessi al loro posto da alcune centinaia di volonterosi cittadini. Un fatto importante che non andrebbe comunque troppo enfatizzato. Da almeno un decennio infatti, a più altezze della società, era stata portata avanti un’azione di contenimento: su «Libera Stampa» e sul «Popolo e Libertà», severissimi con Mussolini sin dal primo giorno, in occasione di varie votazioni cantonali o quando si impedì una deriva estremista alla sezione giovanile del partito conservatore, grazie all’intervento lungimirante di Giuseppe Lepori e mons. Del Pietro. Anticorpi in azione, diremmo oggi. Difese immunitarie che vanno costantemente allenate altrimenti si assopiscono. Perché i virus si aggiornano, mutano forma (mai sostanza), non dormono mai.

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