Gino e Ornella senza fine

Ci sono destini che sembrano essere segnati incrociandosi anche anagraficamente, come nel caso di Ornella Vanoni e Gino Paoli. È la singolarità di due grandi protagonisti di una storia che parte all’inizio degli anni Sessanta, quando nelle platee l’attenzione internazionale per il canto italiano è ancora rivolta con il cuore verso l’Opera lirica, conclusasi con la scomparsa di Giacomo Puccini. Ornella Vanoni e Gino Paoli nascono nel 1934 a un giorno di distanza e se ne vanno a quattro mesi l’uno dall’altra. Sembrano echeggiare un noto titolo di Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati. La canzone italiana è un magico castello che pone le sue fondamenta nel terreno rinascimentale, quando canti popolari e madrigali portarono il popolo fuori dalle melodie del sacro per riversarsi sulle piazze e sulle strade. Negli anni Cinquanta e poi Sessanta le voci più celebri attirarono ammirazione sulla canzone, quella malinconico esistenzialista dei francesi e quella allegro sentimentale italiana. Vennero i Beatles a trasformare il canto ma i protagonisti italiani continuarono a girare intramontabili sui palchi. Il destino singolare e incrociato di Paoli e Vanoni è accompagnato dal loro amore e dalla poesia «senza fine», per citare uno dei brani più belli di Gino Paoli scritto nel 1961, sentimentale e poetico che cantavano tutti, anche i ragazzi che si preparavano ai Beatles. Diventa poesia anche una donna che esce dalle onde del mare come una Venere tutta privata, recando la gioia alternata alle malinconie inevitabili del vivere. Ha creato curiosità ma anche sconcerto qualche giorno fa l’episodio di una coppia al mare che appena uscita dall’acqua fa l’amore davanti a tutti sulla sabbia. Non era il racconto di Paoli profumato di sale.
Gino Paoli trova vita anche dove gli amori si spengono. E se «per fare la guerra e per andarci ci vuole una testa fatta apposta, diversa dalla mia», è stato un trasgressivo poetico, che appare la prima volta con una maglietta nera e un paio d’occhiali neri; allora non erano ancora nati i Beatles, che all’inizio avrebbero indossato ancora giacca e cravatta come i cantanti ovunque. Lo ha alimentato fin dagli esordi la sua vena di poeta stilnovista o provenzale che si affida alla melodia toccante e al contempo scanzonata, con titoli che raccolgono degli autentici «micro romanzi» che abbiamo letto con lui e che si continuano a leggere senza cedimenti al passatismo: una poetica senza fine, che si muove quasi sempre sulla nostalgia. I suoi titoli hanno accompagnato oltre mezzo secolo di storia della canzone e del costume italiani: La gatta, Che cosa c’è, Sapore di sale, Senza fine, Una lunga storia d’amore. Cantautore da Dolce stil nuovo moderno, è riuscito in modo originale con melodie essenziali a cantare quell’amore che se si attacca rapido ai cuori gentili, altrettanto lentamente se ne allontana. La sua vita sentimentale ebbe un amore chiacchierato con la bella attrice Stefania Sandrelli, che fresca diciottenne ebbe con lui la figlia Amanda. L’amore storico resta con Ornella Vanoni, che non era venuta dalla strada o arrivata al palcoscenico dalle balere: entra subito al Piccolo Teatro e a scrivere per lei sono Giorgio Strehler, Fiorenzo Carpi e Dario Fo. Nella canzone diventa subito una voce e una figura amatissima e restò una delle più poetiche e intelligenti nei ricordi, e lo resta poiché le sue canzoni non sembrano avere una data ma sono un immutabile presente; andavano bene ieri, andranno bene domani e andranno meglio per l’altro ieri; il gioco dei tempi verbali che parlando di lei diventa un gioco del tempo, un ricamo, un crocevia di tanti incroci fra ieri oggi e domani. Anche a un «anziano giovanotto» come Ungaretti piaceva molto sentirla con i suoi amici Toquinho e Vinicius de Moraes, il suo amico poeta ex ambasciatore, il padre di Orfeo Negro, da cui Camus trasse un fortunatissimo film, con la musica di Antonio Carlos Jobim. Vinicius che al tempo dell’incontro con la Vanoni beveva «vinti trinti quaranti whisky al giorno…» scrisse con Ornella una vivissima pagina di poesia e musica: «La voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria». Il suo timbro vocale è stato unico; a volte sembrava cantare con il naso, altre mormorava, talvolta trascinando le parole, ma si capiva tutto; il teatro le aveva insegnato molto, soprattutto Strehler che fu uno dei suoi amori; poi verrà Gino Paoli che per lei scrive «Senza fine». Un amore di poesia che li legò sempre nell’arte e nell’amicizia, come gli amori grandi, che se anche brevi e finiti legano per sempre gli amanti intelligenti.


