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Dopodomani

Giovani e social

Bambini e ragazzi hanno bisogno di crescere assieme agli altri, condividere esperienze con amici reali
Patrizia Pesenti
Patrizia Pesenti
03.02.2026 06:00

Intanto che si prepara a difendere il suo territorio dal possibile attacco di una nazione alleata (mala tempora currunt!) la Danimarca prepara una legge per consentire l’uso dei social solo a partire da una certa età. Lo stesso vuole fare l’Inghilterra. Ma il paese più deciso è l’Australia. Da metà dicembre tutte le piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, Youtube e Snapchat devono disattivare gli account di chi ha meno di sedici anni. Per i genitori un grande sollievo, sono i primi a vedere gli effetti nocivi delle ore e ore passate dai loro figli sui social. E da soli non ce la fanno, è una battaglia impossibile e ingrata. Anche in Francia più dell’ottanta per cento dei genitori sarebbe grato al Governo se introducesse una norma uguale per tutti.

I danni della continua permanenza dei ragazzi sui social sono evidenti e preoccupanti. Certo non era facile capirlo da subito. Agli albori Facebook pareva una sensazionale possibilità di mantenere contatti sociali, di avere amici, si, amici veri a cui raccontare cose. Quasi un gioco, innocuo, piacevole e in più gratuito.

Ma dopo due decenni il costo è evidente, sia per chi usa i social che per il convivere democratico, perché la disinformazione, le bolle in cui gli utenti restano intrappolati senza più vedere altre opinioni sono reali. I più giovani, attaccati per ore ai social già a partire dagli otto-dieci anni crescono in balia degli algoritmi, invisibili e determinanti nel decidere cosa vedono e leggono. Soprattutto spietati nel tenere incollati i ragazzi agli schermi, perché è dalla lunga permanenza sul social che vengono i guadagni. Ovvio che le piattaforme non accettino limiti, siano recalcitranti e potenti nel bloccare qualsiasi tentativo di tutelare i giovani. Il presunto controllo genitoriale è una carta velina facilmente aggirabile perché è costruito male apposta.

Bambini e ragazzi hanno bisogno di crescere assieme agli altri, condividere esperienze con amici reali. Qualche adulto naif pensa ancora che i social siano popolati solo da altre persone, non è più così da tempo. Sono invasi da bot, che galleggiano sugli algoritmi e inondano le conversazioni e le portano in tane dove tutto è tremendamente negativo e drammatico.

Facciamo fatica noi adulti a capire in che acque ci muoviamo, figuriamoci i bambini e i ragazzi. Lascia perplessi sentire chi difende l’uso dei social senza limiti di età perché permetterebbe ai giovani «di costruire una competenza online». Ma quale competenza? Quella del cyberbullismo e dei molestatori? Della depressione? Dell’isolamento sociale? Può imparare (forse) un adulto se ha dei termini di paragone nel mondo reale in cui i rapporti sociali sono solidi e concreti.

Adesso poi, con l’intelligenza artificiale ad offrire incredibili possibilità di falsare immagini e video, per i più piccoli la permanenza sui social diventa un pericolo enorme. Mancano a noi adulti gli strumenti per capire e mettere in un contesto queste debordanti proposte dell’intelligenza artificiale, siamo noi stessi preda di disinformazione raffinata e difficile da distinguere. Davvero crediamo che serva stare sui social per imparare a difendersi?

Incomprensibile come il Consiglio Federale, nella nuova legge per regolamentare i social media, tentenni ad introdurre una robusta protezione per i più giovani. Avrebbe l’opinione pubblica dalla sua parte e non solo i genitori. Anche in parlamento si moltiplicano le richieste in questo senso. Dove prende il Governo una fiducia tale nella capacità dei genitori di gestire gli effetti negativi dei social per i più piccoli? In risposta ad alcuni atti parlamentari scrive che è più importante «l’informazione e la prevenzione». Ossia, i giovanissimi possono e devono imparare a convivere con i pericoli online. Sarebbe come dire, per insegnare la sicurezza sulle strade lasciamo guidare i dodicenni in autostrada, meglio se da soli.

La Danimarca difende i propri giovani, permettendo loro di crescere equilibrati e sani. Così fa probabilmente anche la cosa giusta per la sua difesa.