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Tra il dire e il fare

Governo nuovo facce nuove

Prima di tutto chi prenderà il posto di Christian Vitta e quanti partiti siederanno in governo?
Alessio Petralli
08.06.2026 06:00

Le prossime elezioni cantonali dell’11 aprile 2027 non saranno noiose. L’effetto fotocopia è scongiurato. Non è però detto che la fotocopia scampata sia peggio di ciò che ci aspetta. Tutto dipende dai partiti e da chi verrà messo in lista. Proviamo quindi a trasformarci nei politologi nostrani che non siamo e riflettiamo su qualche ipotesi plausibile.

Prima di tutto chi prenderà il posto di Christian Vitta e quanti partiti siederanno in governo?

Il posto lasciato libero spariglia le carte ed è ambito. A partire ovviamente dal PLR, che può mirare a due seggi in governo, mettendo fine alla maggioranza relativa leghista. È infatti palese che, congiunzione o non congiunzione con l’UDC, sarà difficile per la Lega conservare due seggi.

Quindi non solo ci sarà almeno un volto nuovo, ma in Consiglio di Stato sparirà la suddivisione partitica di oggi.

Partiamo per cominciare da un’ipotesi di cambiamento poco probabile, ovvero che la coalizione a sinistra 2 + 2 + 1 riesca a ottenere due seggi. Ipotesi che per avere qualche chance di riuscita (ben maggiore se fosse stata coinvolta Amalia Mirante) è obbligata a proporre una lista che disturbi il manovratore (la manovratrice): questo significherebbe candidare Greta Gysin, giovane donna solida e preparata, ma magari anche Marco Noi, capogruppo rigoroso oltre che psicoterapeuta di professione, novità intrigante per eventuali colleghi di governo in difficoltà (paga la LAMal). Sia detto per inciso ma non troppo: a quanto ci consta, Noi è stato finora l’unico a segnalare pubblicamente (CdT, 23.4.2026) Sergio Morisoli, accusando l’altissimo funzionario del DFE «a cavallo degli anni 2000 di aver dormito sonni profondi», con il Cantone che avrebbe poi perso per quasi vent’anni centinaia di milioni ogni anno dalla famigerata perequazione intercantonale. Non proprio un bel presupposto per rivendicare il DFE all’UDC.

Inoltre, Piero Marchesi in Governo vorrebbe dire cinque consiglieri di stato appartenenti a cinque partiti. Dopo la deprecata frammentazione del Parlamento, uno spezzatino governativo che rischierebbe di essere ancora più indigesto. E allora immaginiamo che a «farne due» siano i liberali, scenario che può accadere solo con una lista fortissima, preparata con un’accetta ben affilata più che con il bilancino del farmacista. Prima condizione ineludibile: da Berna si mettono a disposizione per il bene del Paese, senza porre condizioni di sorta, Alex Farinelli e Simone Gianini. I due giocheranno un vero derby Lugano-Bellinzona come quelli che riempivano gli stadi ai vecchi tempi di Otto Luttrop e Jörn Sörensen. Entrambi capaci e pimpanti, con una competizione vera farebbero riempire tante schede, magari alla fine vincendo entrambi la contesa! E se così non fosse, pazienza: chi perde se ne può sempre tornare a Berna in compagnia di Vitta. Poi il PLR dovrà scegliere bene le sue donne fra (in ordine alfabetico) Natalia Ferrara, Simona Genini, Alessandra Gianella, Cristina Maderni, Karin Valenzano Rossi.

Resta il problema della rappresentanza geografica che vede il Mendrisiotto tagliato fuori da tanti anni e il Luganese oggi sottorappresentato. Chi crea tanta ricchezza non può stare fuori dall’Esecutivo! Una buona soluzione sarebbe l’accoppiata Farinelli Gysin, che da Rovio accontenterebbe un po’ anche il Mendrisiotto.

Azzardiamo da ultimo un pronostico, immaginando un Governo davvero nuovo che il 12 aprile 2027 si ritroverà a spartirsi i cinque dipartimenti in ordine di anzianità, a partire dagli uscenti Gobbi e De Rosa, con gli entranti Gysin, Farinelli e Gianini (età media 48 anni). Esordirà Gobbi che chiederà un bell’arrocco all’altro uscente De Rosa. Il quale a sua volta da buon economista non rivendicherà le finanze, che al momento buono fanno gola a pochi, ma il DECS, ambito da liberali e socialisti.

Fine della fantapolitica e sotto con la campagna elettorale: per le spartizioni c’è tempo, per i problemi sul tavolo un po’ meno.