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Hemingway non tramonta

Senza facile retorica si può affermare che Hemingway sia stato fra i maggiori di ogni tempo
Salvatore Maria Fares
Salvatore Maria Fares
10.07.2026 06:00

Luglio nelle ricorrenze ha due grandi figure che hanno segnato la letteratura e il costume, Hemingway e Hermann Hesse. Il primo se ne andò il 2 luglio di sessantacinque anni fa, il secondo il 2 luglio era nato e l’anno prossimo saranno 150 anni. In modi diversi hanno appassionato milioni di lettori e hanno avuto il Premio Nobel entrando fra gli intramontabili. Senza facile retorica si può affermare che Hemingway sia stato fra i maggiori di ogni tempo. Un testimone narratore con la qualità della grande scrittura; un testimone del suo tempo e un narratore dell’eterna curiosa voglia d’avventura e d’azione dell’uomo che non vuole subire l’esistenza ma esserne protagonista senza sudditanze, fino all’ultimo gesto che addolorò il mondo. Quel gesto, che stupì e commosse, lo aveva spesso mimato agli amici con la disinvoltura del gioco. Morì come aveva promesso. Era stato la perfezione del racconto. Non fu lui a scrivere il suo ultimo racconto ma la moglie Mary, che lo aveva sentito al piano di sopra canticchiare una canzone imparata da Fernanda Pivano a Cortina, con gli amici italiani. Quando la Pivano me lo raccontò lo scrissi ai nostri lettori perché era toccante. Nanda lo ricordava e chinando il capo sembrava che un intero universo si chiudesse con i suoi occhi. Accennando quel motivo popolarissimo i suoi occhi tornarono a brillare per lui, che l’aveva amata, anche solo per un giorno, o forse per molti: «Tutti mi chiamano bionda/ ma io bionda non sono/ porto i capelli neri/ sincera nell’amor».

La canzonetta si spense così sulla bocca di Hemingway, nel nulla, incompiuta su quella troncatura seguita da attimo di silenzio che sembrò interminabile. Poi Mary avvertì due colpi di fucile, sovrapposti. A Fernanda Pivano, sua traduttrice e grande amica, tempo prima aveva fatto una confidenza terribile: «Non posso più bere, non posso più mangiare. Non posso più fare l’amore. Non posso più scrivere!». È un testamento amarissimo per uno degli uomini più celebri del mondo, per il romanziere che aveva cambiato la letteratura del Novecento, che aveva sorriso davanti ai leoni e inseguito con gli occhi le gazzelle e i tori sulle arene. Aveva fatto battere il cuore di donne bellissime. Quattro le aveva sposate. C’era sempre una donna accanto a lui. Dietro i suoi titoli ci sono donne che hanno mosso la sua scrittura; basti pensare a Adriana Ivancich, per la quale scriverà «Di là dal fiume e tra gli alberi». Chiuso in una stanza veneziana alla Giudecca, scriveva tutta la notte. Lasciava sempre alcune bottiglie di Amarone vuote. Poi verrà «Il vecchio e il mare» che ne fa lo scrittore più amato. Gli danno il Nobel. Non basta. Inizia la sua fase depressiva. Sono lontane le corride, gli amici delle notti di alcool e di flamenco. I tacchi che battono nelle osterie di Cuba non hanno i colpi delle mitraglie di «Per chi suona la campana». I colpi nella sua vita sono un rumore di fondo. Si acquietano sul lago, davanti a Locarno, in una delle sue pagine più belle in «Addio alle armi». In quel libro inizia la sua malinconica e dolce amarezza dell’ispirazione, anche quando la nasconde dietro azioni vivaci e amori struggenti. Era iniziata lì la sua tragedia latente per anni: ferito da una scheggia di granata rimase tre mesi in un ospedale da campo, assistito da un’infermiera volontaria americana, Agnes Hannah von Kurowsky; sembrò che fosse per lui il più puro degli amori. Si promisero di sposarsi ma la fiaba non finì nel matrimonio e quel giovanotto del ’99 ne sarebbe rimasto ferito nell’anima per tutta la vita. E non lo nascose.

C’era la sua vita in quella storia, su quel fronte europeo di guerra dove erano accorsi altri scrittori da brivido a pensarci; la generazione più bella della Letteratura statunitense del 900: Cummings, Fitzgerald, Dos Passos e Faulkner, che avrebbe vinto come lui il Nobel. Da giovani avevano creduto con la testa e col cuore all’impegno per la Libertà, anche se di altri, anche se lontana. Fu toccante l’amore di Hemingway per quella crocerossina. Hemingway lasciò alcuni capolavori insuperati. Visse come un combattente della penna. I fronti di guerra e d’avventura sono stati la sua scrivania. Nessuno lo avrebbe mai più superato nell’ingegneria narrativa. La Pivano disse che era rimasto un bambino. Ogni scrittore ha un suo candore. In questi giorni di calura inusuale Hermann Hesse, che rievocheremo, sarebbe andato sui sentieri e nei grotti di Montagnola e Gentilino, dove giocava alle bocce anche con Thomas Mann che lo aveva raggiunto. Il suo pubblico era quello giovanile che negli anni Sessanta cercava oltre alle contestazioni i raggi ispiratori della pace nelle sue pagine che portavano all’Oriente.