I film, i corpi

Nella perlustrazione odierna dei territori del Festival soffermiamo la nostra attenzione su uno dei fili rossi di cui ho già accennato nei giorni scorsi: i corpi. Il motivo per cui voglio attirare l’attenzione su questo elemento è che ci spaventa molto la riduzione della presenza dei corpi a mere cifre statistiche, sovente associate a tragedie che poi sono raccontate secondo l’angolazione di una narrazione politica o strumentale, di fatto occultandone la sostanza. Attraverso una ricognizione delle possibilità dell’espressione fisica, della bellezza e della necessità della presenza dei corpi, vogliamo sottolineare invece un elemento politico forte, un elemento di resistenza del programma.
Iniziamo allora con il film fuori concorso Übergang, omaggio al grande cineasta della DDR Thomas Heise, il quale prima di morire aveva iniziato il suo ultimo film, dedicato a Berlino. Un male implacabile gli impedì di completarlo, ma l’impresa è stata poi portata a termine dai suoi collaboratori più stretti: Peter Badel, e Chris Wright. Attraverso la parabola esistenziale, politica e intellettuale di Heise riusciamo a tracciare un quadro poetico, filosofico e antropologico di una Germania che non esiste più, di una Germania che in fondo non è stata.
Con un salto forse azzardato in termini critici ed estetici, restiamo nel fuori concorso con Bloody Tennis di Nikias Chryssos, ambientato tra i segreti oscuri di un’accademia di tennis spagnola. Un film dell’orrore, se ci si ferma alla superficie delle convenzioni e dei codici; in realtà, un film audace, visivamente e tematicamente in grado di intrecciare gli elementi di un classico del cinema tedesco come Mädchen in Uniform (1958) con quelli di Suspiria (1977) e persino con gli elementi queer di Challengers (2024) di Luca Guadagnino. Evocato il quale, come non citare Ketticè di Giovanni Tortorici, il regista rivelazione di Diciannove (2024), il quale presenta proprio a Locarno, in concorso internazionale, la sua opera seconda: la storia di due adolescenti provenienti da estrazioni sociali completamente diverse che si incontrano sullo sfondo di una Palermo dei primi anni Duemila. Il film - prodotto proprio da Guadagnino e interpretato da Salvatore Gallina e Rachele Testagrossa, con la partecipazione di Monica Bellucci - conferma un’attenzione fortissima e poetica rispetto alle possibilità di rappresentazione dei giovani.
Di un esilio particolarissimo da sé stessi e dagli altri parla invece Violence du corps de l’autre, di Denis Côté, in concorso internazionale: la storia di Mira, donna solitaria che lavora per una misteriosa organizzazione dedita alla morte assistita. Un film che tematizza fin dal titolo l’irriducibilità del corpo. Torniamo fuori concorso con Roma elastica, di Bertrand Mandico girato anche a Cinecittà e interpretato da Marion Cotillard, Noémie Merlant, Isabella Ferrari, Franco Nero e Ornella Muti: un omaggio alla Roma degli anni ’80, tesa fra innovazioni new wave, nostalgia della dolce vita e fughe in avanti. Forse uno dei ritratti più belli di un corpo metropolitano espanso, una Roma mai portata al cinema in maniera così efficace se non ai tempi di Federico Fellini. In tutte queste possibilità di essere corpo - possibilità che trascendono i codici del sociale e i codici del politico - in fondo si cela la speranza per un domani diverso, più creativo, più inclusivo.


