I mercati e gli USA

Ai mercati non piacciono le tensioni geopolitiche ampie e non piacciono nemmeno gli affondi di Trump, quando alimentano un’instabilità eccessiva. A molti operatori economici piace l’atteggiamento di fondo pro business del presidente USA, ma il gradimento nei suoi confronti cala, anche di molto, quando la sua linea va oltre le offensive ritenute ormai consuete. Le Borse nell’ultimo anno hanno tenuto a livelli molto elevati, persino più delle attese, ma nei momenti degli scontri politici con temperature molto alte hanno anche espresso timori, attraverso ribassi degli indici. È successo nei momenti più critici della vicenda dei dazi americani ed è successo nei giorni scorsi anche con la questione della Groenlandia: Trump vuole acquisirla e portarla dentro gli USA, minacciando nel frattempo altri dazi (ci risiamo) contro i Paesi che appoggiano la Danimarca nella sua difesa dell’isola dell’Artico.
I listini azionari tornano a salire con tenacia quando le tensioni geopolitiche sono un po’ meno pesanti. Ma a questo punto c’è un capitolo di rilievo che riguarda la strategia degli Stati Uniti e le sue possibili conseguenze sul versante dei mercati finanziari. Se infatti le Borse hanno segnalato di tanto in tanto i timori su quadro geopolitico e linea USA, due fattori abbastanza persistenti sono emersi anche in campo valutario e sul terreno delle obbligazioni pubbliche americane. Il dollaro è debole e la narrazione di una debolezza totalmente voluta da Trump, per facilitare l’export USA, comincia a mostrare limiti; oltre all’obiettivo del presidente americano, sul dollaro sembrano ormai pesare anche i dubbi di quegli investitori che credono meno di prima nel biglietto verde, che riducono dunque le posizioni in valuta USA e magari ampliano la quota di oro.
I tassi di interesse americani sono alti non solo perché l’inflazione negli Stati Uniti va combattuta più che altrove, ma anche perché le obbligazioni pubbliche USA hanno bisogno di questi tassi per remunerare gli investitori che le acquistano e per mantenere l’attrattività. Non è solo una fissazione del vertice della Fed, che Trump tanto attacca. I titoli pubblici americani restano certo molto importanti, ma alcuni segnali di minore amore o addirittura di avversione da parte di investitori esteri ci sono stati, anche in questi giorni. Ciò per via del peso dell’enorme debito pubblico USA ma anche per via dell’instabilità geopolitica e delle offensive di Trump. Oltre che dai grandi investitori asiatici, che già avevano ridotto le loro quote in titoli pubblici USA, anche da una parte degli investitori europei ora viene qualche disimpegno.
Il tema è naturalmente presente anche nelle riunioni di Davos. La delegazione americana presente al World Economic Forum rassicura sulla forza delle obbligazioni pubbliche USA. Un’analisi di un settore delle Deutsche Bank nei giorni scorsi ha indicato invece che un allontanamento di molti investitori europei dai titoli pubblici americani è possibile. Sul fatto che ciò sia non solo possibile ma anche auspicabile, i pareri sono diversi. Sergio Ermotti, CEO di UBS, ha affermato qui a Davos che una scommessa di questo tipo contro gli Stati Uniti sarebbe negativa per l’Europa; gli USA, al di là di tutti i problemi politici ed economici esistenti, restano un grande motore, con il più alto livello di innovazione, ha affermato il manager ticinese. Il dibattito è aperto. Sullo sfondo resta comunque il fatto che i mercati, sia azionari sia obbligazionari, hanno capacità di tenuta, sì, ma continuano a non gradire i momenti di maggiore incertezza geopolitica ed economica.


