I meriti del cemento

Questa rubrica, senza che quasi me ne sia accorto, ha superato i due anni di vita. Inaugurandola un po’ alla garibaldina nell’estate del 2022 avevo pensato di identificarne l’essenza nel piccolo capolavoro architettonico di Pasquale Lucchini, immagine di un’epoca di modernità e conquiste, anche ingegneristiche (i governi liberali se ne vantarono per anni), e utile oggi quale metafora dell’ambivalenza – nel suo essere sia ponte che diga – tra «lo slancio verso gli altri e la difesa del territorio, il desiderio di superare gli ostacoli e la paura di doverli affrontare». Così scrivevo in occasione della prima puntata, richiamando la «storica divaricazione tra ricettività e immobilismo, trasformazione e preservazione, fantasia e prudenza che sempre contraddistingue le zone di provincia».
Due anni più tardi non mi sembra che il quadro sia cambiato: siamo ancora lì, in una sorta di impasse molto cantonticinese, nella quale gli entusiasmi (magari per qualche nuovo cantiere sportivo) convivono fianco a fianco con una situazione economica e internazionale non rosea, e con i timori che questa possa lambire anche le nostre privilegiatissime contrade. Come sempre in questi casi, nelle fasi e nelle contingenze che flirtano con la stagnazione, uno sguardo alla storia può essere di aiuto: vedere che cosa ha costruito – in tutti i sensi – chi ci ha preceduto può servire a rimettere al posto giusto significati e valori.
Pensiamo al cosiddetto «Ticino industriale», cioè a quella variegata stagione del nostro passato che ha contribuito a trasformare radicalmente l’economia e, di conseguenza, l’architettura del territorio. Al tema ha dedicato recentemente una ricerca, affascinante più di quanto si potrebbe pensare, la storica dell’arte Valeria Frei, nell’ambito di un progetto promosso da Industriekultur Schweiz in collaborazione con le Edizioni Casagrande. Compulsando golosamente la sua guida, impreziosita dalle immagini di Tonatiuh Ambrosetti, si capisce come il Ticino industriale sia in realtà un insieme eterogeneo fatto di imprenditorialità e mattoni, di progetti futuristici e cemento armato; un insieme nel quale rientrano a pari diritto le ottocentesche miniere del Malcantone e le centrali idroelettriche delle alte valli (frutto dei calcoli statici di Giovanni Lombardi), il Mulino Erbetta di Arbedo a fianco delle fornaci di Caslano o delle acciaierie della Monteforno. Senza dimenticare le infrastrutture pubbliche: la Gotthardbahn, i viadotti autostradali con le gallerie di Rino Tami, la serpentina della Tremola, il «mio» ponte-diga, giù giù fino all’inceneritore di Giubiasco (nel libro stranamente assente).
Ricordo un’alba di alcuni anni fa, appena rientrato in Ticino dagli Stati Uniti dopo un biennio di studio e lavoro di durante il quale avevo avuto sotto gli occhi metropoli degne di tale nome. Mi colpì proprio l’inceneritore messo lì proditoriamente all’ingresso del Piano di Magadino: il posto più sbagliato del mondo, forse, eppure fu una visione capace di proiettarmi in un’epoca apparentemente lontana ma già molto nostra. Noi «siamo» l’inceneritore di Giubiasco, nel senso che ne siamo la causa, naturalmente, in quanto produttori di rifiuti; ma siamo anche le sue forme, i suoi triangoli, il suo cemento, le sue ciminiere. Per un istante ho pensato di trovarmi ancora nel New Jersey, immerso in quella cultura industriale. Non vorrei abbozzare ora un elogio delle architetture brutaliste (il cemento a vista, il «béton brut») ma non dobbiamo nemmeno illuderci che legno, sasso e mattone siano per forza sinonimo di ecologia e di sostenibilità. La storia insegna che i migliori equilibri tra uomo e natura si trovano dosando con intelligenza quello che ereditiamo dal passato e quello che inventiamo di volta in volta, con prudenza, e senza troppi pregiudizi. Persino da noi.


