I nuovi partiti di destra

Impressiona il successo elettorale, nei Paesi europei, dei partiti denominati «di destra». Con singolarità nazionali ma uniti da comuni proteste nei confronti delle politiche migratorie, resistenze a eccessi «wokisti» ed ecologisti, critici per gli insuccessi governativi.
In Germania l’AfD è il primo partito (29%) distaccando i democristiani della CDU al 19%, socialisti al 13%. In Francia il partito della Le Pen è al 35%, al secondo posto gli estremisti di sinistra di Mélenchon con il 24%. Tanto Macron quanto gli ex gollisti sono di non molto sopra il 10%.
In Italia Meloni con il 27% è alla testa di un’alleanza maggioritaria di governo di destra. In Austria la FPÖ con il 39% supera l’alleanza dei cattolici (20%) e socialisti (15%). La situazione si ripete in molte altre nazioni europee.
Domanda spontanea: quali le ragioni del successo? In Germania lo sviluppo dell’AfD è possibile conseguenza dell’operato della signora Merkel. Convinta di non avere rivali sulla destra, ha portato il partito a sinistra adottando una serie di politiche copiate dai socialisti convinta di allargare i consensi a sinistra. In fregola di popolarità con il famoso «wir schaffen das» ha accolto in un colpo un milione di immigrati e ha condannato la produzione dell’energia atomica, aumentando la dipendenza dalle forniture russe di energia.
In Italia la Democrazia cristiana, influenzata dall’estremismo cattolico, è stata assorbita dal Partito Democratico, fondato dagli ex comunisti.
Gli atteggiamenti di Sarkozy e Fillon, condannati penalmente, non hanno certo favorito i gollisti.
I politici al potere nel recente passato non hanno compreso le dimensioni delle proteste e pensato di poterle affrontare e combattere con l’accusa di fascismo o addirittura, in Germania, con l’esclusione dal voto. Pesante errore. Ricordo nel 2000 una colazione a Vienna con il Bundeskanzler (primo ministro) Wolfgang Schüssel, nei suoi uffici, amareggiato per l’ottuso atteggiamento dei capi politici europei (Chirac in testa) che lo consideravano a Bruxelles un appestato per aver accolto nel suo governo, conseguentemente al successo elettorale, la protestataria di destra FPÖ. Diceva Schüssel: in democrazia i voti non si possono ignorare e il metodo migliore di combattere questi Partiti è di metterli alla prova, a confronto con la realtà e responsabilità della gestione del Paese. Se si fosse seguito il realismo di Schüssel le cose forse si sarebbero potute sviluppare diversamente.
È innegabile che all’origine del successo dei nuovi partiti di destra - da non confondere con il conservatorismo classico - sta il fallimento della politica degli ultimi decenni di governi e politici al potere.
Dissennati indebitamenti, favoriti volutamente da tassi bassi della Banca centrale europea, Paesi importanti quali la Francia e l’Italia privati per i debiti dell’elasticità necessaria per riprendersi, specie di fronte a tassi di crescita stagnanti o quasi del prodotto interno lordo, politiche di elargizioni a fini elettorali, burocrazia asfissiante. Ideologia nella scuola creando allievi incapaci di capire un testo semplice e far di conto. Eccessi ideologici nel campo dell’ecologia.
Intellettuali e politici, incapricciati per modificare e controllare la lingua considerata espressione di potere: il «politically correct». Infatuati dall’imbecillità del «cancel culture» e si vuol cambiare la scrittura sempre per gli stessi deliri, dimenticando che importanti per la gente comune sono la bolletta della luce e la spesa al mercato.
La larghezza nell’immigrazione, sostenuta dalla visione di una società multietnica, che non tiene conto che nella massa di immigrati, disperati e ben intenzionati, vi è un notevole numero di attuali o futuri delinquenti, con le conseguenze di città europee invivibili, di «villes dortoir» francesi dove la polizia entra solo in tenuta di sommossa.
Qualunque forma di società, dalla bocciofila locale alle organizzazioni internazionali, necessita di una classe dirigente. Sono le élite, delle quali sono parte importante i dirigenti della politica, oggi all’origine delle errate strategie politiche adottate nei Paesi europei con relative conseguenze economiche e sociali. Daron Acemoglu e James A. Robinson con il loro libro «Why Nations Fail» sostengono la tesi delle responsabilità della élite nei ripetuti fallimenti della storia. Quale clamoroso esempio citano la città di Nogales, che ha una particolarità: è divisa in due dal confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Stupefacente la differenza di livello di vita tra le due parti. Da un lato benessere, dall’altro povertà e corruzione. Due diverse classi dirigenti all’opera.
Le stesse conclusioni si tirano pensando alle due Coree, una retta da un dittatore con l’atomica che condanna il popolo alla fame, l’altra, la Corea del Sud, che si è sviluppata portandosi in pochi anni al livello economico delle nazioni avanzate.
È pericoloso ostinarsi a non ammettere che alla vera origine della crisi d’Europa e del successo dei partiti protestatari, vi è indubbiamente la fragilità e la debolezza culturale di una classe politica che ha creato l’attuale malessere, premessa del successo delle proteste che si sono organizzate per ottenere la gestione del potere.


