I popoli e l’amicizia

Tra i popoli non esiste amicizia, esiste rivalità incanalata e contenuta, possibilmente, nell’ambito di rapporti formali e rispettosi. L’amicizia esiste tra le persone, pur di diversa origine e cultura, e si basa sulla reciproca stima.
Diffidenza e rivalità hanno anche origini antiche, difficile annullare la diversità di culture e i ricordi della Storia. Per i francesi i tedeschi sono i «boche» e alle spalle vi sono tre guerre. De Gaulle diffidava dagli americani, la signora Thatcher, premier inglese e Mitterrand, presidente francese, erano contrari all’unificazione della Germania. Se chiamate spagnolo un catalano si offende, il movimento indipendentista dei «baschi» ha preso le armi per l’indipendenza da Madrid. Tra fiamminghi e valloni i rapporti non sono idilliaci e alcuni decenni fa irlandesi e inglesi si scontravano a fucilate. I ricordi dei polacchi nei confronti di Germania e Russia sono dolorosi come quelli delle Repubbliche baltiche per la dominazione comunista russa. Le tifoserie delle squadre di calcio in incontri internazionali se le danno di santa ragione.
Tornando all’affermazione con la quale ho iniziato questo Commento tra i popoli delle nazioni non vi è spontanea amicizia, ed i rapporti tra Stati corrispondono all’insegnamento del diplomatico Hans J. Morgenthau, consigliere per Kennedy: «Tra gli Stati non esiste amicizia ma temporanea coincidenza di interessi».
Il modo leggero con il quale mi sono espresso sinora non significa che ho dimenticato il terribile capodanno di Crans-Montana. Conviviamo con le disgrazie ma esse sono imperdonabili quando originate dalla venalità, prepotenza, mancanza di scrupoli e diventano tragedie.
Il dolore è aggravato dal fatto che le vittime sono giovani colpiti da una morte tremenda e per i superstiti, in alcuni casi, resteranno i segni di ustioni che marcano per la vita. Ai loro genitori è stato strappato il futuro.
Il tutto aggravato dal fatto che la tragedia è dovuta innegabilmente a gravissime manchevolezze e responsabilità dei gestori e sembra giustificato il sospetto di pesanti mancanze o addirittura connivenza di autorità.
Purtroppo, anche se comprensibili in considerazione di reazioni dettate dall’emozione, dall’amarezza, dalla disperazione, la tragedia, come spesso succede, ha avuto pesanti conseguenze collaterali, in particolare sui rapporti tra Italia e Svizzera, accompagnate da una pesante campagna mediatica nei confronti degli svizzeri.
Nell’arco degli ultimi decenni diversi sono stati i contenziosi tra i due Paesi risolti con i necessari compromessi imposti dal realismo e dalle rispettive situazioni di forza.
Detto questo, noi svizzeri non siamo in genere simpatici, possiamo essere apprezzati che è diverso. Ci riteniamo - alcune volte appoggiandoci inorgogliti a classifiche internazionali - tra i primi della classe, ma di quelli antipatici che non lasciano copiare. La nostra puntigliosità per le regole, mancanza di flessibilità porta ad atteggiamenti che potrebbero venir evitati con una maggior elasticità, è il nostro carattere.
L’Italia ha reagito alla tragedia con gravi decisioni protocollari, richiamando l’ambasciatore, ed una campagna mediatica sproporzionata.
I dibattiti televisivi sono purtroppo ovunque condizionati da una realtà che perde spettatori e soffre della concorrenza di programmi alla «Grande fratello». Non ha giovato ai rapporti il Corriere della Sera, il più autorevole quotidiano del Paese, che con un articolo ha rimproverato agli svizzeri trattamenti certamente criticabili nei confronti degli immigrati italiani e risalenti a fatti dal 1800 in poi, elencato casi di errori giudiziari nei confronti di imputati italiani, lamentato che gli italiani a Zurigo vengono chiamati «cincali», maltrattati e criticati quali inquilini. Come ticinese rispondo che sono stato anch’io apostrofato quale «cincali» e a proposito delle abitazioni a Zurigo non ho mai visto cartelli «non si affitta ai terroni» apparsi nel dopoguerra a Torino e a Milano.
Con tutto questo l’articolista conclude che non ci si deve fidare degli svizzeri e dei loro tribunali. Ed io debbo fidarmi degli italiani? Nel 1940 Mussolini aveva schierato le truppe al confine per invadere ed annettere il Ticino. Entrambe le «sparate», quella del Corriere della Sera e la mia risposta sono inutilmente becere e non servono certo per l’equilibrio dei rapporti. Quale ticinese sono molto grato per le iniziative imprenditoriali di italiani trasferitisi da noi che con la loro abilità hanno arricchito l’economia del Cantone e supplito alla nostra carenza che ha radici storiche.
Facciamoci carico delle nostre responsabilità per ricomporre i cocci. Abbiamo modi diversi di reagire al dolore, noi con atteggiamenti più riservati o intimi, in Italia in modo più corale e partecipativo. Ma il dolore è uguale.
La giustizia svizzera, che nelle classifiche internazionali non sfigura certo, farà il suo corso, purtroppo con la lentezza di tutte le giustizie. Vi saranno ancora punti per i quali le nostre diverse mentalità ed il nostro rispetto puntiglioso delle leggi, che talvolta dovremmo attenuare, creeranno frizioni e proprio in questi casi nell’interesse dei superstiti e nel ricordo della tragedia vediamo di comprendere le ragioni degli altri.
Le tragedie costellano la nostra esistenza, bisogna saperle affrontare con raziocinio per continuare a vivere.


