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Pensieri dal battellino

I topastri sono qui

Noi siamo complici perché la classe politica che critichiamo e che ci indigna non è arrivata al potere con un colpo di stato ordito da forze occulte, ma l’abbiamo scelta e riscelta noi
Bruno Costantini
29.08.2026 06:00

Mai mi sono annoiato tanto come questa estate. Asia non l’ho quasi vista perché ha fatto avanti e indietro da Londra essendosi interessata al concorso lanciato da re Carlo per la posizione di content creator con l’obiettivo di realizzare contenuti per Instagram, X e YouTube sulla coppia reale negli appuntamenti ufficiali e nei momenti informali così da avvicinare i monarchi britannici al popolo. Alla fine ha rinunciato perché ha capito che sarebbe stata una prigione meno divertente delle ciance che raccoglie e diffonde sul Ceresio come microinfluencer del lago.

Io, un po’ per stare al riparo dal gran caldo e un po’ per schivare barbose e ipocrite litanie sul degrado generale del Paese, ho passato le giornate sul battellino attraccato in ombrose insenature tra Caprino e le cantine di Gandria. Quando ho fatto le traversate con i rifornimenti di gazzosa e Barbera fatto col mulo, nei grotti m’è però toccato sorbirmi tremende rampogne sul malandazzo del Ticino. Tanto supereremo anche questa crisi, mi ha detto Asia tornata da Buckingham Palace. In molti la pensano così e, anzi, c’è chi è convinto che toccato il fondo non si potrà che risalire con le istituzioni più solide di prima. Sarà. Di salvatori e salvatrici della patria se ne sono già annunciati. La crisi delle nostre istituzioni, non solo di quelle politiche, non è comunque iniziata adesso. Negli ultimi trent’anni, mentre ci si illudeva, taluni anche in buona fede, di compiere la rivoluzione del tavolo di sasso, ne abbiamo viste di tutti i colori e abbiamo cominciato a normalizzare comportamenti spericolati, tracotanza, mediocrità, maneggi opachi, connivenze, cialtroneria quasi ostentata in una collettiva corsa al ribasso.

La legislatura che volge al termine, dopo un vorticoso susseguirsi di storie e storiacce con epilogo ben orchestrato che sconfina nel sordido, è il prodotto di questa normalizzazione. Allora è giusto indignarsi, ha commentato la mia amica content creator. Sì, ma che noia questa indignazione. Noi siamo complici perché la classe politica che critichiamo e che ci indigna non è arrivata al potere con un colpo di stato ordito da forze occulte, ma l’abbiamo scelta e riscelta noi. C’è un bel racconto di Dino Buzzati, intitolato «I topi», che narra la sciagura della famiglia Corio che ha la villa di campagna progressivamente invasa dai topi. A furia di minimizzare, di negare l’evidenza, di nascondere il devastante e crescente degrado, i Corio si ritroveranno impotenti prigionieri di topi sempre più mostruosi che prenderanno il sopravvento. Che orrore, ha esclamato Asia dalla sua bolla digitale. Nella realtà anche noi abbiamo i topi in casa e non sono quelli della campagna «Bala i ratt» inventata dall’UDC nel 2010 contro i frontalieri, ma sono topi nostri, dei veri nostrani del Ticino che rosicchiano i cervelli, cresciuti in un humus politico e sociale plasmato da tutti noi.

Dovremmo indignarci con noi stessi e agire di conseguenza con gli strumenti che la democrazia ci offre, altrimenti piantiamola con gli alti lai e facciamo come il dittatore nicaraguense Daniel Ortega che ha deciso di abolire le elezioni. Tutto diventerebbe più semplice, ci risparmieremmo lo sforzo dell’indignazione ex post e forse arriveremmo a soddisfare qualche inconscia perversione se è vero, come ha recentemente osservato il provocatorio artista italiano Maurizio Cattelan, che il problema non è il potere ma il desiderio di obbedire. A dei topastri poi. Ma siamo scemi?

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