IA e lavoro: gli scenari

«Ovvio, fra cinque anni non ci saranno più radiologi, meglio scegliere un’altra professione». Parole del Nobel e pioniere dell’intelligenza artificiale Georg Hinton. Già, però eravamo nel 2016, dieci anni fa e per nostra fortuna i giovani radiologi non l’hanno ascoltato. Lo stesso avrebbe dovuto accadere con gli avvocati dal momento che a stilare i contratti ci avrebbe pensato l’Intelligenza artificiale. Per non parlare delle auto a guida autonoma, promesse da Google più di quindici anni fa. Dove sono?
La narrativa dominante è che l’intelligenza artificiale rimpiazzi e renda obsoleti molti lavori aumentando allo stesso tempo la produttività. In altre parole, meno lavoro ma più ricchezza (forse solo per pochi, certo non per tutti, ma questo è un altro problema). Lapidario anche Elon Musk: fra dieci o quindici anni l’intelligenza artificiale avrà sostituito tutti quanti, nessuno dovrà più lavorare, o semmai solo per divertirsi. Per adesso non è così. Intriganti i risultati di uno studio recente (Harvard Business Review) perché mostrano qualcosa di assai diverso: nelle aziende in cui i dirigenti spingono entusiasticamente per l’uso della IA i dipendenti lavorano parecchie ore in più ma producono circa uguale. L’intelligenza artificiale aumenta, invece che diminuire, il carico di lavoro. Sembra che chi la usa sia più tentato di sconfinare dal proprio ambito. In altre parole, i collaboratori si mettono a fare il lavoro degli altri. Tanto non occorrono conoscenze specifiche, basta chiedere a ChatGPT e il powerpoint è bell’e fatto, anche la parte che toccherebbe al collega. Ideale per risparmiare costi e personale? Niente affatto, conclude lo studio. Soprattutto perché al collaboratore che conosce davvero la materia tocca poi passare un sacco di tempo a raddrizzare e correggere le bizzarrie dell’Intelligenza generativa, di certo non sempre affidabile.
Dicendo di aver introdotto efficaci sistemi di intelligenza artificiale diverse aziende hanno licenziato molto personale. È successo per esempio a Klarna (importante fintech svedese del compri ora, paghi dopo). Ma poi ha fatto rapidamente marcia indietro e riassunto le persone. Anche Amazon all’inizio di quest’anno ha annunciato che lasciava a casa migliaia e migliaia di dipendenti perché l’intelligenza artificiale ormai cambiava il modo di lavorare. In seguito, però, sembra abbiano detto che i licenziamenti avevano a che vedere più con esuberanze burocratiche, che con l’adozione di sistemi IA. Alcuni analisti del mercato (Forrester) parlano di «AI-washing» per descrivere come alcune aziende mettono sul conto dell’IA i licenziamenti dovuti ad altri problemi, magari di management o finanziari. Certo è più facile dire agli azionisti che si risparmia perché si è lanciati verso il futuro tecnologico che non perché si sono fatti male i calcoli. Un messaggio seducente, come dire, siamo già così avanti nell’adozione di sistemi IA che possiamo sostituire le persone, abbassare i costi e aumentare i guadagni. Ma si dovrebbe dire solo se è vero.
Almeno per adesso, gli annunci roboanti sulla fine del lavoro umano e la sostituzione prossima ventura delle persone con agenti intelligenti non sembrano andare al di là della declamazione iperbolica. Anthropic - l’azienda dell’intelligenza artificiale Claude - poco tempo fa aveva detto che «entro 1-5 anni la metà dei lavori dei giovani colletti bianchi spariranno». Ma poche settimane fa hanno presentato uno studio dai toni meno roboanti. Misurando l’impatto dell’IA in parecchie professioni constatano che l’IA non ruba il lavoro a nessuno, almeno per adesso. Anche i programmatori e gli analisti finanziari che dovrebbero essere tra le figure professionali più esposte non sono di fatto a rischio disoccupazione. Il mondo reale sembra resistente agli annunci iperbolici delle BigTech.
Per fortuna tanti studenti hanno continuato a specializzarsi in radiologia. Né loro né i cuochi o parrucchieri o meccanici o architetti o infermieri o astronauti verranno sostituiti tanto presto. Meglio così.


