Il conto della guerra di Trump

Mancano tre mesi alle elezioni americane di metà mandato, in programma il 3 novembre. La guerra di Trump contro l’Iran è entrata nel suo sesto mese e non finisce. Il progetto era semplice: bombardare Teheran fino a costringerla alla resa. Ma non sta funzionando. Trump ha minacciato più volte di bombardare l’Iran, salvo fermarsi all’ultimo momento, come sabato scorso. Ogni volta sostiene che Teheran lo abbia implorato di fermarsi e voglia negoziare. E Teheran ogni volta smentisce.
Il conflitto non resta confinato all’Iran. Ai raid americani, Teheran risponde colpendo basi statunitensi in Giordania, Kuwait, Dubai, Bahrein e altrove nel Golfo. Altri Paesi vengono trascinati nella spirale: ogni rappresaglia prepara l’attacco successivo. A fermarlo, sembra, sono state le pressioni dell’Arabia Saudita.
Trump si comporta da dilettante. Dice di potersi fidare di Xi Jinping e Vladimir Putin, che negano aiuti all’Iran. Ma l’intelligence USA ha rilevato preparativi cinesi per fornire sistemi antiaerei a Teheran e indaga sul possibile aiuto russo nell’individuazione di obiettivi americani nel Golfo. Il Pentagono ammette che entrambi sostengono l’Iran «a diversi livelli».
Il costo non viene pagato soltanto dagli americani o dagli iraniani. Lo paga il mondo intero. Prima della guerra, attraverso lo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas. Oggi non è chiaro come Trump pensi di convincere Teheran a riaprirlo senza imporre un pedaggio alle navi. Come avverte António Guterres, una guerra regionale sta diventando un fattore d’instabilità globale. Le riserve strategiche americane sono scese sotto i 308 milioni di barili, il livello più basso dal febbraio del 1983. Le scorte hanno contenuto il rincaro, ma più la guerra dura, più il cuscinetto si assottiglia. E gli effetti si sentono ogni volta che si fa il pieno, a Lugano come a Los Angeles o a Parigi. Energia più cara significa nuove pressioni sui prezzi. Significa tassi più alti e investimenti rinviati, perché una frase da Washington o un missile nello Stretto possono cambiare tutto in poche ore. Da qui nasce la volatilità delle Borse. I mercati temono ciò che non possono calcolare. Un giorno scommettono sulla tregua e salgono; quello dopo arriva una minaccia e scendono. Non siamo davanti a un crollo globale, ma a una volatilità permanente che erode la fiducia.
Per Trump il conto è anche politico. Secondo la CNN, solo il 28% degli americani approva la sua gestione della guerra. Un sondaggio Washington Post-Ipsos registra il 69% di disapprovazione sull’Iran e il 61% sull’operato del presidente. Intanto i democratici guidano di otto punti nelle intenzioni di voto per il Congresso.
A novembre gli americani rinnoveranno la Camera e un terzo del Senato. Trump non sarà sulla scheda, ma il giudizio sulla sua politica sì. Una vittoria democratica non è certa: tre mesi in politica sono lunghi. Ma appare sempre più probabile, almeno alla Camera. Potrebbe essere l’unico risultato concreto di questa guerra insensata e capricciosa. L’elettore americano può perdonare molto, non la benzina più cara e una rata del mutuo più pesante.
Una speranza, forse, ma solo forse, arriva da Gaza. Il cosiddetto «Board of Peace» di Trump ha annunciato un’intesa per il disarmo progressivo di Hamas, il ritiro israeliano e il passaggio della Striscia a un’autorità palestinese tecnocratica. Se venisse applicata, sarebbe un risultato importante e un successo diplomatico. Il problema sta in quel piccolo verbo: applicare. Israele non intende ritirarsi prima del disarmo di Hamas; Hamas non vuole consegnare le armi prima che Israele cessi gli attacchi e ritiri le truppe. Ognuno pretende che l’altro compia il primo passo.
Trump ama presentarsi come l’uomo degli accordi. A Gaza ha l’occasione di dimostrarlo. In Iran continua invece a cercare con le bombe una vittoria che le bombe non possono garantirgli. Intanto mette sempre più


