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Il commento

Il dissenso non è una colpa morale

Il tema della denatalità, degli assegni familiari, della conciliabilità tra lavoro e famiglia è serio, reale. Nessuno lo nega. Ma appena si entra nel merito delle proposte, la discussione deraglia
Gianni Righinetti
26.01.2026 06:00

In Ticino se ne discute regolarmente. Talvolta anche con toni preoccupati, viste le ripercussioni che il calo della natalità può avere sulla società e sul futuro del Cantone. La politica ne è consapevole da tempo e il tema tornerà sul tavolo del Gran Consiglio da oggi, con il dibattito sul poker di iniziative parlamentari del Centro. L’obiettivo è condivisibile: rilanciare la natalità. Ma fin dalle premesse, e ancor più dopo il passaggio in Commissione sanità e sicurezza sociale, è emerso un dato politico rilevante: sulle modalità il fronte è tutt’altro che compatto. Attorno a queste iniziative si respira un’atmosfera curiosa, e francamente malsana. Un clima da consenso obbligatorio, da imprescindibile applauso preventivo. Tutto sembra facile, tutto appare già deciso, tutto viene presentato come inevitabile. E chi osa sollevare un dubbio viene guardato con sospetto, come se stesse compiendo un atto contro natura. Opporsi diventa quasi una colpa morale. Il tema della denatalità, degli assegni familiari, della conciliabilità tra lavoro e famiglia è serio, reale. Nessuno lo nega. Ma appena si entra nel merito delle proposte, la discussione deraglia. Non si ragiona più sull’efficacia delle misure, sui loro costi, sulle conseguenze a medio e lungo termine. No. Si scivola subito sul piano etico: chi è a favore è «responsabile», «lungimirante», «amico della famiglia». Chi è critico diventa automaticamente insensibile, miope, se non addirittura ostile al futuro. Una scorciatoia retorica vecchia, sempre efficace e sempre pericolosa. Lo si è visto chiaramente in Commissione. La maggioranza - PLR, UDC e Lega - ha sostenuto unicamente l’iniziativa «a costo zero», quella che chiede la creazione di un dipartimento incaricato delle politiche demografiche.

Sono state invece respinte le proposte più onerose: l’aumento degli assegni familiari, il rafforzamento delle misure di conciliabilità e le agevolazioni fiscali per l’accesso alla proprietà abitativa. Non per cinismo, ma per una valutazione di sostenibilità. Solo l’iniziativa sugli assegni comporterebbe un aggravio stimato di 90 milioni di franchi annui, a cui si aggiungerebbero quasi 27 milioni per la gratuità di nidi e strutture extrascolastiche. Eppure, anche questa semplice constatazione viene spesso liquidata come aridità contabile. Come se chiedere «quanto costa?» e «chi paga?» fosse una fissazione da freddi ragionieri. Come se bastasse mettere più soldi sul tavolo per invertire una tendenza strutturale che affonda le sue radici ben oltre gli assegni. Precarietà lavorativa, costo dell’abitare, scelte di vita, fattori culturali e sociali: tutto ridotto a una delibera e a un sussidio. Tutto semplice. Troppo semplice. Non a caso, sia PLR, sia Lega sia UDC hanno richiamato il nodo centrale delle finanze pubbliche e dell’efficacia reale delle misure. Alcune analisi mostrano che questi interventi non aumentano la natalità, ma sostengono chi ha già deciso di avere figli. Un aiuto legittimo, certo, ma che non risolve il problema alla radice. Tuttavia, porre questa distinzione oggi equivale a fare il guastafeste. Come se il compito della politica fosse illudere, non verificare. Applaudire, non valutare. Il paradosso è evidente: mentre si invoca più coraggio politico, si restringe lo spazio del dissenso costruttivo. Si parla di visione, ma si rifiuta il confronto. Si chiede responsabilità verso le future generazioni, ma si storce il naso quando qualcuno chiede se i conti pubblici reggeranno. Si demonizza chi prova a misurare la sostenibilità delle scelte. È una politica che ama le buone intenzioni e diffida dalle domande scomode.

Dall’altra parte, la minoranza - Centro, PS, Verdi e Più donne - rivendica l’urgenza di un cambio di passo culturale e sociale, e chiede di non chiudere la porta alla discussione su conciliabilità e assegni, almeno in forma parziale. Una posizione legittima. Ma che non può pretendere di sottrarsi al vaglio critico, né di trasformare ogni obiezione in una colpa morale. Perché opporsi, in democrazia, non è sabotaggio. È il momento in cui si separano gli slogan dalle soluzioni, le promesse dagli effetti reali. È il luogo in cui si ricorda che ogni franco speso qui è un franco che non verrà speso altrove, e che il buon funzionamento dello Stato passa anche dalla tenuta dei suoi conti. Il Ticino avrebbe bisogno di meno unanimismi di facciata e di più conflitto argomentato. Meno narrazioni rassicuranti e più contabilità della realtà. Perché i problemi seri non si risolvono sacralizzando le proposte, ma mettendole alla prova. Dove opporsi non è lesa maestà. Il vero rischio non è chi critica. Il vero rischio è chi pretende consenso senza dimostrare che le soluzioni funzionano davvero e sono sostenibili nella politica dei fatti.