Il ginepraio venezuelano

L’intervento americano in Venezuela crea accesi dibattiti sulla sua legalità e le prospettive che apre. Sul primo punto, essendo stato violento, chiaramente non ha seguito le norme intese ad evitare violenza tra gli stati.
Simili eventi sono abbastanza frequenti da parte di molti stati. L’amministrazione del presidente Obama, premio Nobel per la Pace, ritenne «legittimo» il bombardamento di Belgrado. Il governo D’Alema, con ministro della difesa Mattarella, partecipò all’impresa. Questo conflitto non divise molto l’opinione pubblica occidentale, ma contribuì ad alienare la Russia dall’Occidente.
L’intervento americano a Caracas si basa formalmente sul diritto statunitense, almeno nella sua prima fase. Infatti esegue un mandato di cattura, con taglia di 25 milioni, emesso durante l’amministrazione Biden. Un tribunale di New York giudicherà le accuse, ma resta in ogni caso la valutazione politica che, come indica l’esempio di Belgrado, spesso trascende le conseguenze immediate.
Un problema politico immediato è il futuro del Venezuela, polarizzato politicamente secondo linee di classe con risvolti razziali. Gli Stati Uniti, per evitare una probabile guerra civile, cercano un compromesso con il governo in carica, senza proporre un cambio immediato della coalizione al potere. Il loro interesse fondamentale é tenere fuori cinesi e russi dalle Americhe. Mentre i russi protestano, il pragmatismo cinese si affida ad avvocati per fare riconoscere i propri contratti negli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti sperano l’operazione avrà successo se amplieranno il consenso per il cambiamento, facendo ripartire l’economia venezuelana. Pertanto vorrebbero che le industrie americane investissero e aumentassero la produzione di greggio venezuelano, scesa da tre a un milione di barili nell’arco di un quarto di secolo. La mancanza di certezze legali e la conseguente penuria di investimenti ha infatti limitato gli investimenti necessari, ben prima delle sanzioni.
Quasi tutto il petrolio rimasto oggi è greggio pesante, costoso da estrarre e da lavorare. Avendo seguito per decenni dell’economia dell’Alberta, dove abitavo, ho qualche nozione in merito. L’Alberta infatti, a parte ovvie differenze di clima, ha un’industria estrattiva molto simile, che ne fa oggi la regione più ricca del Canada.
Storicamente l’Alberta era depresso. Nel 1947 fu scoperto un po’ petrolio convenzionale, oggi quasi esaurito. Le grandi risorse energetiche, racchiuse nelle sabbie petrolifere, non poterono essere sfruttate economicamente per decenni. Nuove tecnologie e decine di miliardi di investimenti ne fanno oggi una risorsa che produce quattro milioni di barili al giorno, di qualità necessaria al funzionamento delle raffinerie americane. Il costo di questo petrolio cambia al cambiare del prezzo, perché dovuto in buona parte all’energia necessaria per l’estrazione. Il Venezuela potrebbe in teoria fare qualcosa di simile, ma certamente servirà tempo per sviluppare la stabilità politica e gli investimenti necessari. Se la stabilità politica fosse assicurata, la produzione di petrolio pesante potrebbe aumentare dopo il 2030. Molte aziende, a partire dalla Exxon, hanno molti dubbi ad impegnarsi in un investimento a lungo termine con prospettive di mercato incerte in un Paese dove hanno già subito espropri. Sembra quindi che il Venezuela dovrà cercare la sua stabilità economica nei prossimi anni in altro modo. Se non la trovasse, l’operazione di Caracas, iniziata con un successo tattico per gli Stati Uniti, rischierebbe di trasformarsi in una sconfitta strategica.


