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Diritti e sostenibilità

Il passaporto dei prodotti

Nel 2026 il progetto UE per il «Digital Product Passport» ha iniziato a passare dalla normativa all’infrastruttura concreta
Gaia Clara Barcilòn
Gaia Clara Barcilòn
15.10.2026 06:00

Comprare una bicicletta elettrica, un capo d’abbigliamento o un mobile potrebbe presto significare qualcosa di più che guardare il prezzo, il marchio o il Paese di produzione. Accanto al prodotto troveremo sempre più spesso un codice digitale capace di raccontarne la storia: di cosa è fatto, come può essere riparato, smaltito e quali informazioni accompagnano il suo percorso lungo la catena del valore. È il Digital Product Passport, il passaporto digitale dei prodotti. E quella che fino a poco tempo fa sembrava una delle tante idee della transizione verde europea sta diventando realtà. Il Regolamento (UE) 2024/1781 consente all’Unione europea di stabilire requisiti di sostenibilità per diverse categorie di prodotti e introduce formalmente il Digital Product Passport come strumento per rendere disponibili informazioni affidabili e aggiornate lungo il ciclo di vita del prodotto.

Nel 2026 il progetto ha iniziato a passare dalla normativa all’infrastruttura concreta. L’introduzione sarà progressiva e varierà secondo le categorie di prodotto. Le prime a fare da apripista saranno alcune batterie. Successivamente il sistema dovrebbe interessare altre categorie, secondo requisiti definiti dall’Unione europea settore per settore. Non sarà semplicemente una nuova etichetta «verde». Ed è forse questo l’aspetto più interessante. Il passaporto non servirà a dichiarare che un prodotto è sostenibile, ma a rendere disponibili informazioni oggi disperse tra produttori, fornitori, documenti tecnici e sistemi aziendali. A seconda del prodotto potranno riguardare composizione, caratteristiche dei materiali, sicurezza, circolarità, riparazione, riciclo o conformità normativa. Il Regolamento prevede che il contenuto venga definito in funzione della singola categoria di prodotto e che i dati siano accurati, completi e aggiornati.

Non tutte le informazioni saranno necessariamente visibili a tutti. Alcune potranno essere destinate ai consumatori, altre alle autorità, ai riparatori, ai riciclatori o agli operatori della filiera. Il cambiamento è significativo perché sposta la sostenibilità dal racconto del prodotto ai dati sul prodotto.

Per un consumatore significa poter disporre di maggiori elementi per confrontare ciò che acquista. Per chi ripara o ricicla significa poter accedere più facilmente alle informazioni necessarie per prolungare la vita di un bene o recuperarne i materiali. Per le autorità significa poter verificare più efficacemente la conformità di ciò che entra nel mercato europeo.

Per le imprese, invece, la sfida sarà soprattutto a monte. Creare un passaporto affidabile presuppone di conoscere meglio ciò che si vende: quali materiali vengono utilizzati, da quali fornitori arrivano, quali dati sono disponibili e se questi possono essere raccolti e trasferiti lungo la catena del valore. Molte aziende scopriranno che la difficoltà non sarà creare il QR code, ma trovare le informazioni da inserire dietro quel codice.

E il tema non riguarda soltanto le aziende europee. I requisiti previsti si collegano infatti alla possibilità di immettere determinati prodotti sul mercato dell’Unione. Per un’impresa svizzera che esporta nell’UE, produce per un marchio europeo o fornisce componenti inseriti in un prodotto destinato a quel mercato, la capacità di fornire questi dati potrebbe quindi diventare una richiesta commerciale prima ancora che un obbligo direttamente percepito come tale. Potrebbe sembrare l’ennesimo adempimento. Ma c’è anche un’altra lettura. Per anni abbiamo chiesto maggiore trasparenza su ciò che acquistiamo senza avere strumenti realmente comparabili per ottenerla. Il passaporto digitale prova a trasformare quella richiesta in un’infrastruttura concreta. Non renderà automaticamente un prodotto più sostenibile. Ma potrebbe renderlo molto più difficile da raccontare diversamente da ciò che è.

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