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Rosso e nero

Il potere dei dollari

La rubrica del critico cinematografico Antonio Mariotti
Antonio Mariotti
12.08.2026 06:00

Il problema non erano i contenuti dei film ma le idee delle persone che i film li scrivevano, li dirigevano o li producevano». Questo il discorso ripetuto dal curatore della retrospettiva di Locarno79, Ehsan Khoshbakht, e dagli specialisti chiamati a presentare le pellicole. Se si esclude il caso, più unico che raro, in cui regista, sceneggiatore e produttore sono la stessa persona (Un re a New York di Charlie Chaplin) non bisogna quindi pensare di assistere a pamphlet antiamericani che inneggino alla rivoluzione proletaria e all’instaurazione di un regime comunista. Tutti i lungometraggi hollywoodiani di Red & Black sono infatti stati realizzati nel rigido e controllatissimo contesto degli studios. Stava, quindi, all’abilità dei loro autori riuscire ad inserire tra le righe delle storie che venivano trasposte sul grande schermo, i propri accenti di critica sociale e politica nei confronti dell’American Way of Life.

Un fil rouge che sta emergendo, film dopo film, riguarda così la critica del sistema capitalista basato esclusivamente sul potere del denaro che diventa simbolo incontrovertibile del successo. Un discorso che si ritrova applicato ai più svariati ambienti della società statunitense e ai diversi generi in voga negli anni ’40 e ’50, che non vengono stravolti ma soltanto «arricchiti» da idee progressiste. È il caso della vicenda narrata nel 1948 dal regista e sceneggiatore Abraham Polonsky in un noir anomalo com Force of Evil. Anomalo poiché entrambi i protagonisti - i fratelli Joe e Leo Morse - sono attivi nella «zona grigia» delle scommesse clandestine. Joe, brillante avvocato senza scrupoli in combutta con una banda di gangster, vorrebbe convincere Leo, che gestisce una piccola società a conduzione familiare, a schierarsi dalla sua parte per aumentare considerevolmente i suoi guadagni, ma quest’ultimo rifiuta. Verrà assassinato senza pietà dai malviventi, ciò che porterà Joe a decidere di collaborare con le autorità per smantellare il sistema che lo ha reso ricco.

Lo stesso meccanismo di denuncia e di superamento (almeno per ciò che riguarda il destino del protagonista) di un modo di vita basato sulla lotta sfrenata per sconfiggere a tutti i costi la concorrenza ottenendo il massimo profitto, lo si ritrova in due film per altri versi molto diversi tra loro. In Thieves Highway (1949), Jules Dassin (poi costretto ad esiliarsi in Europa dove si confermò tra i maestri del noir) ci conduce nel mondo apparentemente pacifico degli autisti che trasportano i carichi di frutta fresca dalle piantagioni californiane verso San Francisco. Un universo all’interno del quale è ben presente l’immigrazione (soprattutto greca e italiana) e che si caratterizza per la logica del sopruso e della violenza, in parte disinnescata da un giovane autista che lotta anche in nome delle ingiustizie subite dal padre. Vera e propria pietra miliare nell’ambito dei film sul mondo della boxe, Body and Soul (1947) è magistralmente interpretato (come Force of Evil) da John Garfield, scritto ancora da Polonsky e diretto da Robert Rossen che dopo esser finito sulla lista nera «farà i nomi» (ben 52!). In questo caso, il giovane pugile ingenuo si ritrova ingabbiato in un sistema di scommesse clandestine e match truccati, ma alla fine rinuncerà a una montagna di dollari insanguinati in nome di una moralità che pare merce alquanto rara.

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