Il vero nodo con l'Italia è il rispetto degli accordi

L’ennesima polemica italiana sulle fatture di Crans-Montana è l’esempio perfetto di come si possa distorcere il dibattito pubblico spostando l’attenzione da ciò che si preferisce non vedere. Ogni informazione viene strumentalizzata e amplificata, diventando un pretesto per chi cerca sistematicamente di screditare il nostro Paese. A questo si aggiungono le nuove inopportune dichiarazioni dell’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado che ormai non si esprime più con la pacatezza del diplomatico bensì da «capocurva» in cerca di facili consensi. Partiamo da una distinzione, anche alla luce dei recenti sviluppi sulla dinamica della tragedia. Da un lato c’è il doveroso accertamento delle responsabilità individuali, che spetta alle autorità competenti. Sarà la giustizia a ricostruire con precisione la dinamica dei fatti e a stabilire le colpe: chi ha sbagliato ne risponderà secondo il diritto. Dall’altro vi è il rispetto degli impegni tra Stati, che non può essere oggetto di ambiguità o distrazioni. Mentre dall’Italia si alimentano sospetti e retoriche da bar, si evita infatti di affrontare il nodo centrale: il rispetto degli impegni presi. Chi oggi punta il dito dovrebbe prima guardare ai fatti. Già nel 2023, a livello bilaterale, erano stati segnalati importanti ritardi dell’Italia nei pagamenti legati all’assistenza sanitaria internazionale, per importi di svariate decine di milioni. Si tratta di impegni formali che incidono direttamente sul funzionamento della cooperazione tra i due Paesi, come previsto dal diritto di coordinamento europeo. E non è un aspetto secondario: quando questi pagamenti non vengono onorati, il peso ricade inevitabilmente sui contribuenti e sugli assicurati svizzeri. A fronte di queste criticità, erano attese misure chiare per garantire il rispetto delle scadenze e ristabilire un quadro di maggiore affidabilità. Tuttavia, nel tempo, il tema è scomparso dai radar. Sono passati tre anni e il pudore e la buona fede delle Autorità svizzere non hanno fatto emergere la discussione a livello di dibattito pubblico (come invece fatto ad arte dalla politica italiana ora sulla tragedia di Crans). È lecito quindi chiedersi se la questione sia stata risolta oppure resti ancora confinata in un cassetto del Ministero della Salute e si sia preferito evitare l’imbarazzo di dover riconoscere che gli impegni non sono stati pienamente rispettati. Una domanda senza risposta e un silenzio che non contribuiscono a rafforzare la fiducia reciproca. In questo contesto, la polemica sulle fatture di Crans-Montana appare francamente fuori luogo. Proprio per questo, confondere o sovrapporre questi due livelli non aiuta a fare chiarezza, ma rischia di alimentare ulteriormente la polemica tra Svizzera e Italia. Ed è difficile prendere sul serio lezioni di rigore da chi, su dossier così rilevanti e strutturali, fatica a rispettare gli accordi sottoscritti. La cooperazione transfrontaliera si basa su un principio semplice: l’affidabilità. Senza quella, ogni discussione perde credibilità. Non si tratta di fare processi alle intenzioni, ma di richiamare un principio fondamentale nelle relazioni tra Stati: la parola data va mantenuta. Se si vuole costruire un rapporto solido e duraturo, serve coerenza tra dichiarazioni e comportamenti. Il resto - polemiche incluse - è solo rumore di fondo.


