Il volto e la casa

Immagino che anche a voi accada quel che accade a me, che il vedere sui media le conseguenze della guerra, le città distrutte, le case sventrate, i muri senza finestre che sembrano teschi senza occhi, le macerie sotto le quali possiamo solo immaginare i cadaveri ci stringe il cuore, ci dilania l’anima. I cadaveri non ce li fanno vedere, se non avvolti in sacchi di plastica o in sudari. Forse è per proteggere la nostra sensibilità, ormai peraltro assuefatta a tali visioni. Però li contano e poi ce li enumerano: oggi venti, ieri ottanta di cui venti bambini… E i danni psicologici dei superstiti? Neanche quelli si vedono, eppure sono gravissimi.
Ora io non vorrei sembrare insensibile, non fraintendetemi, non voglio paragonare la morte di esseri viventi al crollo di abitazioni, però a me quelle case senza ventre, quei muri senza occhi, sembrano volti. La casa fa parte della vita. Dice la Bibbia, nel Libro di Giobbe, che come conseguenza dell’ingiustizia dei malvagi nei confronti dei poveri, questi: «passan le notti nudi, non avendo di che vestirsi/ non hanno da coprirsi contro il freddo» (Giobbe 24, 7-8). Eppure, conferma il Siracide, 29, 21 «questo basta per vivere acqua, pane, mantello/e una casa che copre la propria intimità». E non c’è bisogno di credere in un dio creatore e misericordioso per aderire a queste parole.
In più io vedo, da filosofa metaforologa quale cerco di essere, vedo nella casa una metafora del volto e nel volto un’analogia con la casa; come in quei disegni dei bambini in cui la casa è una piccola abitazione isolata, con il portone in mezzo che sembra la bocca e le finestre che fungono da occhi.
Poi io vedo - voi pure? - luccicare negli occhi dei tiranni che governano il mondo il simbolo del dollaro, quella S con due stanghette in cui si coglie la brama di vedersi affidare la lucrosa ricostruzione, dopo aver collaborato volonterosamente alla distruzione.
Il volto della persona, è componente fondamentale della filosofia di Emmanuel Levinas, ebreo lituano naturalizzato francese, uno dei massimi pensatori del Novecento. Il volto dello straniero, della vedova, dell’orfano. Il volto che «nella sua nudità di volto mi presenta la miseria del povero» e aggiungo io, della vittima di guerra, dei civili. Perché - ripasso la parola a Levinas - «uccidere non è dominare ma annientare, rinunciare completamente alla comprensione; nel volto è l’espressione originaria, è la prima parola “non uccidere”» e, riprendo io pensando alla casa/volto, non polverizzare la mia casa che è la mia intimità, la mia protezione, i miei ricordi. Questo è il problema, la dimenticanza del volto umano e del volto della casa da parte dei tiranni, con le loro giustificazioni da quattro soldi messe insieme per coprire incassi di miliardi.


