Improbabile Propaganda

Sabato pomeriggio, la retrospettiva di Locarno79 ha vissuto il suo primo sold out al Gran Rex grazie al film del regista di gran lunga più popolare presente nella rassegna: Un re a New York di Charlie Chaplin (1957). Chaplin non è mai comparso davanti alla Commissione per le attività antiamericane (HUAC), non è mai stato formalmente accusato di nulla pur essendo sotto stretta sorveglianza da parte dell’FBI sin dall’inizio degli anni ’20. Le autorità americane approfittarono di un suo viaggio in Europa, nell’autunno del 1952, per annullare il suo permesso di soggiorno e il grande regista e attore britannico fu così costretto a trovare una nuova base per sé e per la propria famiglia: il Manoir de Ban nelle alture di Vevey.
Dopo aver subito un simile trattamento, ci si sarebbe potuti attendere che Chaplin sfogasse tutto il suo rancore in un film che fosse ricordato come uno spietato pamphlet contro il Paese che lo aveva reso ricco e famoso ma che non aveva mai smesso di guardare con occhio critico. Ebbene, nulla di tutto ciò: Un re a New York - pur non lesinando gli sferzanti accenti ironici nei confronti dell’American Way of Life - è di un’impeccabile e raffinata eleganza. In una delle scene più comiche del film, ad esempio, non è il Chaplin uomo di sinistra, ma il maldestro e tenero Charlot che finisce con lo spazzar via, con un potente getto d’acqua, l’ignominia delle domande che gli vengono poste dagli investigatori dell’HUAC .
La visione di Un re a New York nell’ambito di una rassegna come Red & Black dimostra come tutti i film in programma acquistino maggior valore e maggior senso grazie al contesto in cui sono mostrati. Un discorso che vale in particolare per le pellicole prodotte a Hollywood durante il periodo dell’alleanza tra USA e URSS durante la Seconda guerra mondiale. Opere che, viste singolarmente, senza una contestualizzazione storica ed ideologica, rischiano di ridursi a pure curiosità. È il caso di The North Star (1943) di Lewis Milestone, ambientato tra i contadini di un remoto villaggio della steppa russa che, nel giro di pochi giorni, passano da un’atmosfera vitale e spensierata all’incubo dell’invasione e della repressione nazista. Una storia che spinge il regista (che negli anni successivi finirà su una lista nera) ad abbinare musical, commedia, dramma e persino sequenze da western, nel tentativo di sensibilizzare il pubblico americano riguardo alla disperata lotta condotta dal popolo sovietico contro l’invasore. Quasi incredibile, la scena in cui sulle immagini del villaggio in festa risuonano le inconfondibili note dell’Internazionale.
Sulla stessa lunghezza d’onda, ma di fattura totalmente diversa, Mission to Moscow diretto nel 1943 da Michael Curtiz (reduce dal successo di Casablanca, 1942) e basato sulle memorie dell’ex ambasciatore USA nella capitale sovietica Joseph Davies, il quale appare di persona nel prologo per dare credibilità al suo personaggio interpretato sullo schermo da Walter Huston. Il film è una sorta di falso documentario che - grazie all’uso di sequenze d’attualità - magnifica i progressi dell’industria e dell’esercito russi e sottolinea la lungimiranza e il pacifismo di fondo del regime. Imperdibile la scena finale con il colloquio tra l’ambasciatore e un attore che interpreta alla perfezione Stalin. Propaganda? Sì, ma talmente eccessiva da risultare improbabile.


