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Il commento

«In Italia non sarebbe successo»: quando il circo mediatico travolge la Svizzera

In seguito alla tragedia di Crans-Montana, disinformazione, accuse e tanto nervosismo: l'aggressione ad alcuni inviati della Rai è inaccettabile, la Svizzera non deve cedere alle provocazioni
Michele Montanari
06.01.2026 18:30

Travolta dal dolore per l’immane tragedia di Crans-Montana, la Svizzera oggi sembra scombussolata per i troppi riflettori che improvvisamente le sono stati puntati addosso. La riservata e discreta Confederazione elvetica è finita al centro del circo mediatico imbastito da mezzo mondo, Italia in primis. Nella vicina Penisola, la rincorsa alla notizia, lo sappiamo bene, è spasmodica. D'altronde, a poche ore dal disastro si parlava già di 47 morti, molto prima che fossero diffusi i dati ufficiali (le vittime sono 40). Di più, sui principali quotidiani sono stati pubblicati nomi e foto di alcuni ragazzi deceduti nel rogo, quando ancora mancavano conferme delle autorità, come nel caso della giovane vittima residente in Ticino.

Da giorni i talk show del Belpaese passano al microscopio il teatro della tragedia, anche quando non ce n'è alcun bisogno. Ieri, ad esempio, sulle reti Mediaset è andato in onda un servizio in cui venivano inquadrate le strade deserte della località turistica vallesana. Pure la normalità finisce sotto i riflettori, perché i media, in attesa di novità dalle indagini, ora raschiano il fondo del barile. Se subito dopo il disastro Svizzera e Italia si sono unite nel dolore, cordoglio e commozione, purtroppo, hanno presto lasciato spazio a pesanti accuse. Giunte principalmente dai social e dalle TV italiane. L'imprenditore Flavio Briatore, ad esempio, parlando di «omicidio», ha spiegato che nei locali pubblici della Penisola ci sono «continuamente i controlli delle autorità sulle uscite di sicurezza». Mentre alcuni commentatori dei salotti televisivi hanno sentenziato che «in Italia non potrebbe mai succedere una tragedia del genere». Su Rete 4, il nostro inviato Mattia Sacchi, ospite in trasmissione, ha dovuto ricordare ai tuttologi in studio che il rischio zero non esiste, menzionando la tragedia avvenuta in una discoteca di Corinaldo nel 2018 (morirono 6 giovanissimi in seguito al fuggi fuggi generale innescato da uno spray al peperoncino). Parole imprudenti e fastidiose dai commentatori italiani, che alimentano polemiche e non fanno bene a nessuno. Men che meno ai famigliari delle vittime, a cui sarà la giustizia elvetica a dare una risposta, certamente non Briatore o altri maître à penser da talk show.

Tra nervosismo e accuse, non è comunque possibile giustificare in alcun modo l’aggressione subita da alcuni giornalisti Rai a Crans-Montana (negli scorsi giorni alcuni cronisti del Blick erano invece stati insultati e allontanati). Quest’oggi, i reporter italiani inviati in Vallese hanno denunciato in diretta televisiva di esser stati attaccati mentre stavano filmando uno dei locali gestiti dagli esercenti del bar Le Constellation, facendo sapere di aver sporto denuncia. L'inviato Domenico Marocchi, in un collegamento per la trasmissione UnoMattina, su Rai 1, ha raccontato quanto avvenuto ieri sera: «Siamo andati davanti a uno dei tre locali» degli esercenti «che al momento sono indagati: siamo andati davanti a un ristorante e abbiamo solamente inquadrato e ripreso un cartello sulla strada, che informava della chiusura del ristorante. A quel punto è arrivata un'auto a tutta velocità con musica altissima, sono uscite tre persone che hanno cominciato a intimidirci e a insultarci con insulti diretti a tutti gli italiani».

E ancora: «Stavamo per andarcene quando sono arrivate altre sette persone, che hanno circondato la nostra auto: abbiamo anche le immagini. Poi è arrivato anche uno spintone verso la nostra auto: siamo entrati tutti dentro l'auto e lì hanno iniziato a dare colpi all'auto e agli specchietti. Una brutta avventura che racconta un clima pesante».

Nelle scorse ore, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato su X: «Due troupe della Rai sono state aggredite e minacciate ieri a Crans-Montana. I giornalisti stavano lavorando per raccontare al pubblico italiano gli sviluppi delle indagini  ed i seguiti della sciagura che ha colpito mortalmente 6 nostri giovani e ha provocato molti feriti, anche particolarmente gravi. Ho chiesto alla nostra ambasciata in Svizzera di sensibilizzare le autorità sulla necessità di attenzione e sorveglianza. Nel rispetto di ogni sensibilità, i giornalisti dovranno continuare a operare liberamente. Il contesto di questa sciagura deve portarci a rispettare il dolore di tutti, ma in nessun modo deve permettere atti di violenza o intimidazione contro la stampa». Parole che condividiamo in pieno.

Dal canto suo l’ambasciatore d'Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, ha fatto sapere di aver «contattato la Polizia cantonale del Vallese per chiederle di rafforzare la vigilanza a tutela dell’incolumità dei media italiani che operano in quella località. Ho inviato, a tal fine, alla Polizia cantonale la registrazione dell’aggressione andata in onda a UnoMattina. La polizia mi ha assicurato che rafforzerà la vigilanza nella zona e si adopererà affinché simili episodi non abbiano più a ripetersi». 

Il nervosismo di una comunità sconvolta da qualcosa di inimmaginabile per la Svizzera è comprensibile, l’aggressione ai giornalisti italiani, invece, non può essere giustificata in alcun modo. Anche perché distoglie l’attenzione da ciò che davvero conta: le indagini delle autorità competenti. Oggi servono fiducia e pazienza, perché giustizia deve essere fatta e i colpevoli dovranno pagare. E quando il circo mediatico lascerà la città, resterà sì un dolore incancellabile, ma sarà pure il momento di rialzare la testa e agire affinché quanto avvenuto in quel maledetto bar non succeda mai più. Ci aspettiamo che la Svizzera faccia quello che le riesce meglio: essere la Svizzera, senza megafoni, lustrini e paillettes. Ci aspettiamo che lo faccia con silenziosa precisione e ineccepibile rigore.

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