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Il commento

In vetrina un Lugano straordinario e la sua guida

Alla 250. partita sulla panchina del Lugano, Mattia Croci-Torti ha firmato un'altra impresa destinata a lasciare il segno - Un capolavoro che accende ulteriormente i riflettori su una squadra e un allenatore capaci di stupire anche in Europa - Ecco perché il momento eccezionale dei bianconeri va assaporato appieno, senza dare nulla per scontato
Massimo Solari
24.10.2026 06:00

Era la numero 250. E, forse, anche per questo motivo occorreva nobilitarla con una prestazione eccezionale. Sì, quella di Getafe, chiusa col gesto della manita, è stata la duecentocinquantesima partita di Mattia Croci-Torti in qualità di allenatore capo del Lugano. Una partita finita di diritto tra i capitoli più avvincenti della storia del club e stampata, a caratteri cubitali, sul biglietto da visita del tecnico ticinese.

«Vedi quello lì? È Javi Casquero e, prima di fungere da co-commentatore radiofonico, è stato il compagno di Fabio Celestini nel centrocampo del Getafe. Il primo tempo della squadra bianconera lo ha impressionato». A sintetizzare l’ammirazione trasversale percepibile giovedì sera all’Estadio Coliseum, ed evidentemente sfuggita al solo José Bordalás, è stata una collega spagnola, avvicinata durante la pausa, con gli ospiti avanti meritatamente per 3-1 e i padroni di casa subissati dai fischi del pubblico amico.

Insomma, la credibilità e la forza della formazione ticinese sono sulla bocca di tutti. Senza fraintendimenti. E questa notizia, per la piazza luganese, assume un duplice significato. Da un lato, naturalmente, positivo, poiché prestazioni di spessore e risultati vanno a braccetto, dando progressivamente forma a fantasie proibite sino a poco tempo fa. Dall’altro, la chiave di lettura non merita per forza un’accezione negativa, ma ne impone una realistica. Lungi da noi spezzare euforia e incantesimo: si tratta semplicemente di prepararsi a un futuro ineluttabile se la trama e i protagonisti della stagione dovessero continuare a essere questi. Allora non giriamoci troppo attorno: Mattia Croci-Torti si sta facendo notare. E anche parecchio.

Senza togliere valore al ruolino impressionante in campionato, i due capolavori consecutivi firmati in Conference League costituiscono una pubblicità clamorosa per l’allenatore bianconero, che un paio di colpi in Europa li aveva per altro già battuti. Tradotto: soffermarsi solo per qualche secondo sul profilo del Crus, per poi passare ad altri candidati, sarà sempre più difficile per direttori sportivi e osservatori. Va da sé, parliamo di società e campionati più profilati o blasonati del Lugano e della Super League. «La prospettiva personale, tuttavia, va sganciata da imprese così importanti. Riflessioni di questo tipo, semmai, si faranno a tempo debito». Il diretto interessato, e ci mancherebbe, si guarda bene dall’alimentare inutili speculazioni. In fondo, però, dopo aver preso le misure dei giornalisti spagnoli, provando a rispondere nella loro lingua in conferenza stampa, nemmeno contesta uno scenario del tutto logico. E ambito. «Guai a perdere il controllo, siamo in missione e mi si chiede un titulo». Sì, insistendo nel mantenere le distanze fra sé e un destino a colori, Croci-Torti storpia proprio quella parola lì e cita inconsapevolmente l’idolo che cerca di (ri)fare proseliti nella vicina Madrid. Soprattutto, il condottiero momò pone nuovamente l’accento sul colpo grosso e sulla combinazione necessaria per realizzarlo. E, in questo senso, una cosa è evidente: la conquista del massimo campionato svizzero, restando a José Mourinho e al suo verbo, sta lasciando il mondo dei sogni e iniziando a flirtare con l’ossessione. Comprensibile, a fronte di un rendimento impressionante e di classifiche che provocano le vertigini. Per il Crus, oramai, si tratta di mantenere una promessa, in questo caso – e tornando alla dicotomia con le competizioni continentali – più per la gente, per il suo Lugano, che per una sorta di tornaconto personale.

Ma la carriera dell’allenatore del Lugano, dicevamo, non è mai stata esibita in vetrina con una simile cura ed esposta a una luce così potente. E lo stesso discorso vale per tanti giocatori, mai come oggi capaci di tramutare il credo della panchina in una proposta di gioco di altissimo livello. Brilla il collettivo e si esaltano i singoli, chi in scadenza, chi talento cristallino. La ricetta perfetta per ragionare in termini crepuscolari anche con la rosa bianconera. Chiediamo venia, e però ci viene in mente ancora Mou, quando chiediamo al tecnico della fiducia che Ajeti sta ripagando a suon di gol pesanti e partite interpretate alla perfezione, e ci viene risposto che tra allenatore e giocatore «esiste un patto». Già, proprio quel genere di vincoli che spesso e volentieri sfociano in trofei e gloria, prima di trasformarsi in abbracci e lacrime d’addio. Ecco perché l’eccezionale momento del Lugano, le convinzioni e le intuizioni di chi lo guida, così come la qualità e il coraggio di chi mostra la V sul petto, vanno assaporati appieno. Ora e nei prossimi mesi. All’AIL Arena e in giro per l’Europa, come appena avvenuto a Getafe, terra di conquista e di ricordi indelebili. L’errore più grave, al contrario, sarebbe dare per scontato tutto questo. Magari intestardendosi sulle lacune altrui. E no: l’ordinarietà che accompagna i bianconeri, in grado solo di vincere e alle prese con un filotto di venti risultati utili, non va confusa con la straordinarietà di determinati traguardi e del lavoro svolto dal club. Un lavoro nato da una scommessa, 250 partite fa.

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