La benna del tempo

Nei giorni scorsi a casa mia abbiamo fatto arrivare fuori dal cancello una grande benna da cantiere perché abbiamo deciso di «fare ordine» e di buttare via le mille cose inutilmente conservate per affettività morbosa o per il solito «non si sa mai, potrebbero servire». Svuotiamo la intasata casetta di legno in giardino che in anni lontani era rifugio complice dei figli bambini quando la pioggia batteva sul tetto come su una capanna nella foresta di Sandokan. Svuotiamo il locale interrato sotto la veranda, pieno zeppo di racchette di volano allentate, impianti stereo desueti, vecchi sci arrugginiti con cui scivolammo veloci e allegri nel fresco delle pinete, frusti costumi di carnevale, orrendi borsetti maschili, vecchi giornali plulrigenerazionali, i plichi di «Fiera letteraria» ed «Epoca» di mia madre, i «Corriere dei Piccoli» e i «Fip Fop» della mia infanzia, i giornalini dei nostri figli; salviamo vecchi Topolini per i nipotini che ne sono ghiotti e naturalmente le decorazioni di Natale: quelle bocce conosciute a memoria, quelle statuine familiari del presepe saranno affettuosa eredità da tramandare a chi aveva acceso attorno ad esse la meraviglia dello stupore infantile. Ma abbiamo con grande sollievo buttato scatoloni con i quaderni e i libri di scuola media, liceo e università dei figli, ben lieti oggi di liberarsi di quei testi su cui avevano faticato e sognato il futuro. Anche i miei appunti di studente a Losanna sono finiti nella sepoltura della benna: resti fossili, sapienze svaporate. Una scatola con scritto «Ricordi Michele» mi ha preso più tempo, ho immaginato possibili reperti più intimi, simboli più toccanti. Ma c’era poco: cartoline misteriose, biglietti da ricognizione sentimentale, piccole prose che oggi chiedono una degna sepoltura. Qualche piccolo cimelio me lo sono salvato. Esempio: un secchiello svasato di rame con cui a fine Ottocento la ragazza che diventerà mia nonna portava al fidanzato che diventerà mio nonno la minestra quando lui aveva la pausa al cantiere. L’ho ricevuto da chi l’ha ricevuto, lo consegnerò come il testimone della ineffabile staffetta del tempo familiare, che tocca tre secoli. Per le fotografie è un altro discorso, qualcosa dobbiamo trattenere, troppo doloroso sarebbe lo strappo totale dal riverbero visivo di volti che furono freschi, di fisionomie scomparse. Ma niente mausoleo, per favore. Conserviamo qualche reliquia in Kodak, per il resto via, via! Del resto abbiamo migliaia di immagini nella giungla elettronica (non le guardiamo più, ma in cambio non intaseranno armadi e ripostigli). E così in questi giorni c’è stato e c’è il congedo dalle macerie brutte di cose che furono belle. Ogni volta un piccolo pensiero. Su quelle poltroncine scalcagnate di vimini molti anni fa posammo i nostri corpi leggeri per vocianti compagnie, innocenti maldicenze, seduzioni gentili e progetti per cambiare il mondo. Quel servizio di bicchieri sbreccati brillò alla luce di brindisi giovanili di quando «eravamo felici senza saperlo» (veniamo sempre a saperlo dopo, quando lo siamo meno). Ecco la vecchia tuta da ciclista, presto dismessa per vocazione atletica fallita ma i colori erano sgargianti e mimetizzavano il sovrappeso. Ecco lo zaino con cui avevo camminato verso il cielo, su su oltre il ghiacciaio del Ghärenpass puntando al pizzo sassoso del Kühebodenhorn e da quel peso sulle spalle avevo tratto il più gustato pranzo al sacco della mia vita. Ogni oggetto una lama, un ricordo e poi via col tonfo dentro la benna. Riposa in pace vecchio pullover fattomi dalla mamma, lana rossa oggi tarmata e allora scintillante nei corsi di sci giovanili alla caserma di Andermatt, dove ridevamo, accendevamo amicizie, cantavamo («era una notte che pioveva e che tirava un forte vento»). Eterno riposo per il copricapo di pelliccia con coda di volpe alla Davy Crockett con cui mi illudevo di conquistare la compagna di scuola che l’aveva trovato molto bello (il cappello). Addio patetici reperti inanimati di animate memorie. Eppure, a ogni tonfo di calata nella tomba di quei corpi morti di ricordi vivi c’era come una liberazione, un alleggerimento del cuore, una sensazione di ordine nuovo e pulito, una limpidezza più quieta. Ordine, ordine! Il buono del passato rimane vivo non nell’oggettistica museale ma nel fieno in cascina della memoria, fieno che aumenta sempre più mentre fuori si accorciano di molto i prati di verde nuovo («Il lungo passato, il corto futuro», dice una fulminante sintesi di Leonardo Sciascia). Da qui una convinzione: occorre fare ogni tanto ordine in casa, nei solai, negli armadi, buttare via cose. Non c’è bisogno di uno psicologo per capire che fare ordine esteriore significa fare ordine interiore, nel profondo di sé. Per riassumere: butto via il guscio vano delle cose, tengo la polpa palpitante della cara memoria.


