La guerra e la crescita

È cosa evidente che il ritmo della crescita economica in questa fase dipende in misura non secondaria dalla durata e dall’intensità della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Oltre a questa guerra ci sono poi altri fattori negativi che si aggiungono nel frenare la crescita mondiale, soprattutto altri conflitti bellici, altre forme di tensioni geopolitiche, i dazi americani e i contrasti nei commerci. A tutto ciò si è contrapposta sin qui la resilienza di molte economie, favorita dalle risorse accumulate durante la globalizzazione economica dei decenni passati e aiutata anche dallo sviluppo di produzioni e servizi legati alle nuove tecnologie, intelligenza artificiale compresa, rafforzato in questi ultimi anni. Questi e altri fattori positivi hanno impedito che, 2020 pandemico a parte, ci fosse una recessione internazionale. È chiaro però che più aumenta il peso dei fattori negativi, in particolare dei conflitti bellici, più il rallentamento economico può accentuarsi.
Il Fondo monetario internazionale (FMI) nei giorni scorsi ha delineato tre scenari possibili. Lo scenario per ora di riferimento prevede che la guerra contro l’Iran, iniziata a fine febbraio, duri al massimo ancora qualche settimana. Lo scenario avverso prevede che duri di più e che gli aumenti dei prezzi di petrolio e gas si facciano più consistenti, anche per via di persistenti blocchi allo stretto di Hormuz, decisivo per i trasporti di materie prime. Lo scenario grave prevede che la guerra diventi ancora più complessa e che, oltre alle perdite umane, le perdite economiche siano molto più ampie, con inflazione ancora più alta e con crescita ancora più bassa. Nello scenario di riferimento, per l’FMI la crescita mondiale potrebbe essere nel 2026 del 3,1%, contro il 3,4% del 2025; nel 2027, supponendo che le acque restino meno agitate rispetto ad ora, potrebbe essere del 3,2%. Nello scenario grave, la crescita globale potrebbe scendere attorno al 2%. Molte economie avanzate, che anche in uno scenario non grave in genere fanno fatica a superare questa soglia, potrebbero allora esser spinte verso lo zero o sotto; le economie emergenti, che in molti casi crescono di più perché hanno più terreno da guadagnare, potrebbero rallentare pericolosamente.
Restando allo scenario di riferimento, il meno sfavorevole, l’FMI assegna agli Stati Uniti un 2,1% nel 2025, un 2,3% nel 2026, un 2,1% nel 2027; cifre certo non entusiasmanti per una potenza economica come gli USA, ma la valutazione è ancora ottimistica se si considerano i segnali di rallentamento che ora arrivano anche da oltreoceano. Alla Cina vengono dati 5% l’anno scorso, 4% quest’anno e 4,7% il prossimo. Venendo alle nostre latitudini, la Svizzera potrebbe mantenere la percentuale di crescita del 2025, cioè l’1,3%, sia nel 2026 sia nel 2027; tenendo presente l’ampiezza raggiunta dal Prodotto interno lordo (PIL) elvetico in rapporto alle dimensioni del Paese, sarebbe un risultato non da buttare. L’Italia per l’FMI potrebbe pure conservare il tasso di crescita dell’anno scorso, cioè lo 0,5%, sia quest’anno sia il prossimo; sarebbe meno della metà della crescita assegnata nei tre anni considerati all’Eurozona nel suo complesso. Per un’economia di rilievo come quella italiana, sarebbe il permanere di una situazione insoddisfacente per quel che concerne l’aumento del PIL e questo nonostante i finanziamenti avuti attraverso il Recovery Fund dell’Unione europea. La guerra e gli altri fattori negativi presenti nel quadro internazionale si sommano nel capitolo italiano a problemi strutturali già esistenti. Lo scenario mondiale di riferimento è in ogni caso ancora di crescita, dove più dove meno. La parola però per adesso è alle armi oppure, auspicabilmente, a negoziati che consentano di far terminare il conflitto bellico e di limitare le perdite, umane ed economiche, che comunque già ci sono.


