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Il commento

La neolingua

Assorbiti e preoccupati come siamo per le pesanti turbolenze geopolitiche, il deterioramento dei rapporti nell’Occidente tra USA ed Europa, la forza che sostituisce leggi e negoziazioni nelle relazioni internazionali, il riaccendersi dell’antisemitismo, siamo inclini a dimenticare una importante rivoluzione sociale in corso da tempo
Tito Tettamanti
Tito Tettamanti
20.02.2026 06:00

Assorbiti e preoccupati come siamo per le pesanti turbolenze geopolitiche, il deterioramento dei rapporti nell’Occidente tra USA ed Europa, la forza che sostituisce leggi e negoziazioni nelle relazioni internazionali, il riaccendersi dell’antisemitismo, siamo inclini a dimenticare una importante rivoluzione sociale in corso da tempo. È quella della lingua. La rivoluzione dei lavoratori predicata da Marx è, nell’applicazione, fallita. Importanti intellettuali di sinistra, tra i quali i filosofi francesi Foucault, Laclan, Derrida, la Scuola di Francoforte con Marcuse, constatando l’irrealizzabilità degli utopismi di Marx, hanno ripreso per altre vie la critica e la lotta alla società liberale e borghese sostenuta dall’economia di mercato. I tre temi della lotta per sostituire l’attuale ordine sociale concernono la genetica, la sessualità, la campagna alle discriminazioni etniche e sociali. In questo scontro, legittimo tra convinzioni non solo divergenti ma inconciliabili, appare l’importanza del linguaggio, strada maestra della comunicazione, del controllo della stessa, quale mezzo per muovere anche guerra al passato, come sostiene in un suo libro il sociologo Furedi. Cancellando la lingua si cancella il ricordo e se ne annulla l’influenza. Una delle colonne portanti della cultura mondiale, la Divina Commedia, è da dimenticare perché Dante è omofobo. Una casa editrice inglese ha ripubblicato le tre Critiche di Kant, sentendosi in dovere di precisare che «sono cambiate le opinioni su razza, genere, sessualità, etnia e relazioni interpersonali da quando il libro è stato scritto».

I pigmei della casa editrice si arrogano il diritto di affermare che le tesi di Kant sono da relativizzare perché l’autore ha vissuto in altri tempi, dimenticando, ci ricorda Furedi, che «la sua filosofia, che incoraggia la libertà, l’indipendenza morale, l’uguaglianza e la responsabilità è oggi attuale quanto allora». Nella società, tramite il linguaggio, si cercano di affermare forme di censura screditando modi di esprimersi usuali per sostituirli con termini nuovi considerati «corretti» perché consoni con l’ideologia sottostante. La memoria corre a George Orwell ed al suo brillante testo «I principi della neolingua», la quale vuole impedire ogni altra forma di pensiero e quindi rende impossibile di pensare differentemente dal Partito totalitario. Orwell, che aveva partecipato alla guerra di Spagna con i repubblicani, era rimasto scioccato dinanzi ai metodi feroci dell’ortodossia dei comunisti nei confronti delle altre espressioni della sinistra. La lucidità originata dall’esperienza e dalla delusione lo hanno indotto a scrivere nel 1948 un libro dal titolo «1984» nel quale con toni ironici, ma con una preveggenza che lascia stupiti, anticipa lo sviluppo della realtà della dittatura staliniana. Le riflessioni di Orwell di allora sono di estrema utilità anche per il giudizio della odierna rivoluzione, molto pericolosa perché, tramite il linguaggio, più sottile. Evidenti le intenzioni di chi si schiera, una minoranza molto attiva e influente, per la cancel culture quale espressione e conseguenza del «politically correct».

Il passato, con le indimenticabili macchie, alle quali si accompagnano sovrastandole gli enormi successi e progressi tecnologici e sociali, viene accusato e ricordato solo quale fonte di oppressione, umiliazione, sfruttamento. Qualcosa da annullare nella nostra coscienza per non più ricordarlo. La casistica è vastissima e vasta è la campagna per sostituire parole quali madre e padre, nonno e nonna, sorella e fratello, moglie e marito imponendo l’uso di termini neutri, cercando di privarle dell’autorità culturale. Negli ospedali inglesi i parenti sono diventati «carers» (badanti), da noi si vogliono imporre genitore 1 e genitore 2, espressioni di gelida anaffettività. Da questi fanatismi va distinto il linguaggio inclusivo di genere che vuol tener conto di una maggiore sensibilità sviluppatasi nella società odierna in particolare in relazione al trattamento linguistico di donna e uomo più che giustificato e sancito dalla Costituzione nel 1981. La Cancelleria federale al proposito ha pubblicato una guida all’uso inclusivo della lingua italiana nei testi della Confederazione. Queste istruzioni emanate dalla burocrazia possono però diventare veicoli che trasformano corrette guide per l’uso inclusivo in atti di imposizione e controllo di forme di neolingua. Da evitare «signori e signore», sostituito da «colleghi», evitare il maschile e femminile perché definiscono una distinzione biologica. Non c’è più la Patria ma la «terra di nascita». Succede nell’UE che vuole imporre ai Paesi che vogliono entrare nell’Unione di abbandonare espressioni tipo quelle sopra elencate ispirandosi al programma Gender Equality Facilities. Al proposito l’UE spende 1.5 milioni di euro per convincere gli abitanti del Kosovo ad adeguarsi in sostanza alla neolingua. Per l’Albania due sono i milioni di euro destinati allo stesso scopo. Si contrabbandano quali corrette espressioni inclusive di genere forme di neocolonialismo per imporre il linguaggio voluto dal potere di Bruxelles, con termini che esondano in una neolingua sostenuta da chi vuole rivoluzionare la nostra società. Ognuno ha diritto di sostenere e battersi (evitando la violenza) per le proprie idee. Ma attenzione che, in virtù anche della nostra disattenzione, di queste idee si abusa per imporre per altre vie una neolingua che contribuisce a demolire la nostra società.