La polizia è razzista?

Il Comune di Losanna ha presentato nei giorni scorsi l’esito di due rapporti esterni che confermano l’esistenza in seno al corpo di polizia di «una generalizzazione e una banalizzazione di discriminazioni legate alle origini etniche» e anche «di pregiudizi sessisti». I rapporti erano stati commissionati dopo la scoperta, sei mesi fa, dell’esistenza di due chat in cui alcuni agenti della polizia cittadina si scambiavano commenti razzisti e sessisti. La scoperta aveva portato alla sospensione di otto agenti. L’inchiesta penale non è ancora conclusa e il rapporto «non è il risultato di una vera e propria inchiesta sistematica» - ha avvertito lo studio di avvocatura Kellerhals-Carrard incaricato dal Comune -. Si basa su una dozzina di testimonianze spontanee e anonime raccolte da uno «spazio di ascolto» aperto nell’autunno scorso presso il corpo di polizia (che conta 500 agenti). Ciononostante, il Comune ha annunciato di voler intraprendere una riforma strutturale della polizia losannese. La decisione del Comune di applicare la tolleranza zero verso comportamenti come quelli scoperti lo scorso anno a Losanna appare assolutamente giustificata. Quella di annunciare una riforma dell’intero corpo di polizia prima dei risultati dell’inchiesta penale e in base a un rapporto su un campione estremamente ridotto e giudicato dagli stessi estensori «non una vera e propria inchiesta sistematica» si presta a discussione. Lascia infatti intendere che ad essere razzista non sono singoli individui ma la polizia come tale. Un messaggio che ha rilanciato una campagna politica già in corso su scala nazionale. Il caso di Losanna viene infatti ingigantito e utilizzato in altre Città e Cantoni, segnatamente a Berna e a Zurigo, per screditare e ostracizzare nel suo insieme la polizia, chiamata a garantire la pubblica sicurezza in un contesto di crescente spirale di crimini di rilevanza penale (e Losanna è al primo posto in Svizzera per numero di delitti violenti). Nel Canton Zurigo, il PS, i Verdi e la Lista alternativa di sinistra hanno proposto di istituire preventivamente una struttura indipendente di indagine, denuncia e monitoraggio sistematico di comportamenti razzisti e discriminatori delle forze di polizia. Il capo del Dipartimento sicurezza zurighese Mario Fehr (Indipendente, ex PS) ha rintuzzato le accuse (e il Gran Consiglio lo ha seguito): «Non accetto un’operazione politica e mediatica volta ad infangare sistematicamente il mestiere dell’agente di polizia senza che vi siano fatti che la giustificano - ha detto Fehr -. I razzisti, ve lo garantisco, non hanno posto nella polizia cantonale zurighese. E La fiducia della popolazione nella polizia è molto alta, molto più alta di quella verso la politica o i media». Il riferimento ai media non era casuale. Un reportage sull’arresto di un richiedente l’asilo marocchino in stato di totale escandescenza e pericolosità per i passanti, in centro città a Berna nel 2021, ha infatti avuto vasta eco nazionale ma si è rivelato essere «pregiudizievole e fuorviante». Giornalisti dei quotidiani Der Bund e Berner Zeitung avevano descritto un comportamento «brutale e inquietante» della polizia, accusando gli agenti di aver usato gli stessi metodi che negli USA provocarono la morte di George Floyd. La sentenza del Tribunale di Berna dello scorso anno ha invece scagionato completamente gli agenti di polizia confermando pienamente una perizia del Dipartimento giustizia del Cantone che già considerava il reportage «non conforme ai fatti» e totalmente «pregiudizievole e fuorviante». Il Capo del Dipartimento sicurezza del Canton Berna Philipp Müller (PLR) aveva parlato di «campagna mediatica contro la polizia».
Se le cose stanno così, due capisaldi della società democratica rischiano di entrare in rotta di collisione: quello che assegna allo Stato l’uso della forza per impedire la violenza incontrollata da parte di individui o di fazioni, nel rispetto rigoroso tuttavia dei diritti fondamentali dei cittadini, e quello che attribuisce al Quarto potere, il compito di essere «il cane da guardia della democrazia», nel rispetto rigoroso tuttavia della verità dei fatti, senza abbandonarsi al preconcetto e all’ideologia. Questi due capisaldi vanno richiamati alle proprie responsabilità.


