La scuola e il falso senso di libertà

Katharine Birbalsingh, direttrice della Michaela Community School di Londra, è conosciuta come la preside più severa della Gran Bretagna. Nella sua scuola si pretende puntualità, si studiano i classici, l’insegnante esercita la propria autorità e agli allievi vengono chiesti impegno, disciplina e rispetto. Il risultato, tutt’altro che secondario, è che i suoi studenti ottengono alcuni dei migliori risultati scolastici d’Inghilterra, pur provenendo in larga parte da famiglie immigrate e non privilegiate.
La sua tesi è ruvida, ma merita di essere ascoltata. La scuola occidentale avrebbe progressivamente sostituito la responsabilità con la vittimizzazione, l’autorità con l’accompagnamento, la conoscenza con un’idea vaga di creatività. Abbassando le aspettative, si sarebbe finito per danneggiare proprio i giovani che si volevano proteggere.
È un paradosso che conosciamo bene nella nostra società. Per non discriminare, si rinuncia a pretendere. Per non frustrare, si evita di valutare. Per includere tutti, si aggiusta l’asticella.
Però non possiamo limitarci a rimpiangere la scuola di una volta. Quella scuola aveva rigidità e ingiustizie che era giusto mettere in discussione. Il Sessantotto fu anche un esercizio di libertà e rottura di strutture soffocanti, aprendo spazi di emancipazione e autonomia personale che sarebbe assurdo voler richiudere.
Il problema è ciò che è accaduto dopo. Abbiamo saputo demolire le vecchie strutture, molto meno costruirne di nuove. Abbiamo confuso la liberazione dall’autoritarismo con la liberazione da ogni autorità. Abbiamo tolto le balaustre, dimenticando che non tutte limitano il cammino: alcune impediscono di precipitare.
L’ondata woke ha dato l’ultima spallata. Non si è accontentata di correggere discriminazioni reali, ma ha trasformato ogni differenza in un rapporto tra vittima e oppressore, ogni regola in un’imposizione, ogni richiesta di adattamento in una violenza simbolica. E la scuola non ne è uscita indenne. L’allievo rischia di non essere più una persona chiamata a crescere e assumersi responsabilità, ma il rappresentante di una categoria da proteggere. È una forma di paternalismo travestita da progresso.
Anche la creatività, spesso invocata contro la scuola «nozionistica», non nasce dal nulla. Non si può pensare criticamente o innovare senza conoscere. Le conoscenze non sono il contrario della libertà intellettuale, ma la sua condizione. Un giovane libero non è quello lasciato solo davanti a ogni scelta, bensì quello che possiede gli strumenti per scegliere davvero.
Disciplina, autorità e appartenenza non sono concetti contrari a una visione aperta della scuola. Al contrario, rendono possibile una libertà che non sia soltanto arbitrio. L’autorità deve poter essere criticata, ma deve anche essere esercitata. Le regole devono essere motivate, ma poi rispettate.
La scuola non deve tornare indietro. Deve finalmente andare avanti, superando tanto l’autoritarismo del passato quanto il permissivismo del presente. Deve tornare a trasmettere conoscenze, a riconoscere l’autorevolezza degli insegnanti, a premiare l’impegno e a insegnare che non ogni difficoltà è un’ingiustizia.
Il compito dell’educazione non è proteggere i giovani da ogni ostacolo, ma prepararli ad affrontarlo. Perché una società che ama davvero i propri figli non consegna loro un mondo senza limiti. Dà loro le gambe per camminare e rimette qualche solida balaustra lungo il percorso.
Alessandro Speziali, presidente PLR

