La terra di mezzo

A inizio settembre nella Svizzera italiana abbiamo sperimentato un insolito ritorno al futuro. La macchina del tempo si è attivata ad agosto, con la chiusura della galleria di base di Alptransit a seguito di un deragliamento, un fatto che ci ha proiettati all’improvviso dal 2023 al 2016. Non avevamo ancora elaborato questo primo shock che si è aggiunta la crepa sul soffitto del tunnel autostradale: e così, chiuso pure quello, dal 2016 siamo passati al 1980, con l’A2 ferma al portale di Airolo. Il salto quantico successivo, contemporaneo al tracciato storico della Gotthard-Bahn, sarebbe stato al 1882, quando il passo si varcava ancora con le diligenze sopra le gole della Schöllenen...
Mai come in questi mesi ci siamo accorti insomma di quanto fragile sia il nostro legame con il resto della Confederazione. Questa fragilità è una costante della nostra storia, che ha fatto di tutto per abbattere le barriere fisiche e linguistiche che da sempre si frammettono tra il Nord e il Sud delle Alpi. Le enclave germanofone di Ascona e Locarno possono soltanto illuderci del contrario: l’immagine che non riesco a togliermi dalla mente è quella di un Franscini mezzo sordo, ignaro di schwitzerdütch, seduto ai margini del tavolo nei suoi ultimi anni di Consiglio federale; un uomo stanco che chiese di rientrare in Ticino elemosinando un posto di archivista all’amministrazione cantonale.
È difficile stabilire in che misura il destino di Calimero elvetico sia un’eredità impostaci dalle circostanze oppure una scelta consapevole. Se guardo alle recenti votazioni politiche, qualche dubbio mi viene. Per non dire del prossimo dibattito attorno al canone radiotelevisivo con la chiave di riparto (per noi) più vantaggiosa d’Europa, la cui riduzione a 200 franchi sembra piacere a buona parte dei ticinesi, con grande stupore dei connazionali che pagano. Da Berna guardano a noi, a volte, come a uno strano biotopo, quasi fossimo la Contea degli Hobbit o una di quelle palle di vetro con la neve che vivono di regole proprie, incomprensibili dall’esterno.
Se il Nord si allontana, non per questo il Sud si è fatto più vicino: assillati dalla retorica populista sulla "Fallitalia" e le tensioni migratorie al confine, chiusi tra l’esile mito della ticinesità e i sempre più deboli investimenti in favore della cultura italofona, dirsi oggi "lombardi" pare quasi un azzardo. Eppure culturalmente lo siamo, almeno tanto quanto siamo svizzeri. Forse persino di più.
Scelgo allora tre numi tutelari, tre luganesi sui generis che possano guidarmi nella riconquista dell’essenza della Svizzera italiana. Parto da Grytzko Mascioni, di cui ricorre il ventennale della scomparsa. Cresciuto tra Valtellina e Val Poschiavo, con un piede al di qua e uno al di là del confine, fu attivo per molti anni alla RTSI, dove non rinunciò mai all’ampliamento degli orizzonti. Fu presidente del PEN Club, direttore dell’Istituto di cultura di Zagabria e grande appassionato di letteratura greca e di mondo mediterraneo. Scelgo poi Meret Oppenheim, vissuta tra Berlino, Parigi, Basilea e Carona, musa dei surrealisti ma soprattutto artista completa, sfuggente, mai doma. Il suo nome vale per tutti i germanofoni di buona volontà che hanno soggiornato in Ticino nel corso del Novecento. Scelgo infine Edoardo Agustoni, un caro amico scomparso troppo presto, che ha dedicato una vita all’insegnamento e allo studio della cultura figurativa della nostra regione: la tradizione degli stuccatori, la collezione d’arte del Bigorio, la quadreria della famiglia Riva. Persone così ci ricordano che la Svizzera italiana non si definisce per opposizione e contrasto, protetta e isolata dai muri del Nord e da quelli del Sud, bensì per la sovrapposizione di questi due strati. Si definisce grazie ai ritmi lenti della storia e a quelli intrecciati della cultura, fenomeni che difficilmente rientrano in uno slogan elettorale.


